La complessità del senso
21 09 2017

Fiore

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Regia Claudio Giovannesi, 2016
Sceneggiatura Claudio Giovannesi, Filippo Gravino, Antonella Lattanzi
Fotografia Daniele Ciprì
Attori Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Valerio Mastandrea, Gessica Giulianelli, Klea Marku, Tatiana Lepore.

Un amore che nasce in carcere. Carcere minorile. Tutto qui? Claudio Giovannesi, premiato alla Festa del cinema di Roma nel 2012 per Alì ha gli occhi azzurri, prosegue il suo approccio a materiali di sostanza degradata della società contemporanea (italiana), riaffermando la scelta della “presa diretta” su una realtà speciale. Dalla vita approssimativa, confusa e problematica sul litorale romano, passiamo tra le mura dell’istituto che racchiude i minori giudicati colpevoli di reati come la rapina. Pene che possono andare da alcuni mesi a qualche anno, tempi sufficienti per presentare problemi di ambientamento, riadattamento a regole rigide rispetto alle “libertà” della vita “fuori”. Libertà alquanto specifica, relativa a condizioni e rapporti di famiglia quasi sempre critici. Il film si apre con scene di piccole rapine, legate a un preciso giro di ricettazione, oggetto principale i cellulari, idola del nostro tempo. Protagonista è Daphne (Daphne Scoccia, esordiente, pescata mentre serviva ai tavoli di una trattoria romana), poco più che ragazzina. Dopo qualche colpo, finita in carcere, dovrà misurare il proprio anelito alla vita libera con le costrizioni della cella, della mensa e di tutte le abitudini della reclusione. Daphne non è particolarmente “ribelle”, ma certo il suo carattere è forte, è una ragazza decisa a vivere in autonomia esclusiva le sue sensazioni e i suoi sentimenti, non ultimo quello per il padre (Valerio Mastandrea), a sua volta provato dal carcere e faticosamente alla ricerca di un recupero sociale, con una nuova compagna e un figlio. L’attenzione di Giovannesi verso Daphne è rispettosa dell’intimità e della riservatezza del carattere, poche parole, espressività contenuta, un ritegno come programmatico nel “pareggiare” i conti con l’esterno da sé. E’ il versante più interessante e meglio riuscito del film. Il discorso sulle implicazioni sociologiche e culturali della condizione della ragazza resta implicito e anche metaforico, mentre dalle riprese e dal montaggio secco e rapido si produce un senso della vita, di quella vita speciale, che non fa fatica a tradursi in poesia. Le cose cambiano quando interviene la storiellina con Josh (Josciua Algeri), detenuto per analoghe ragioni, solo un po’ più grande di Daphne. I reparti maschile e femminile sono separati e i due giovani parlano attraverso le finistre e lasciando biglietti nei contenitori della mensa. E’ qui che nasce il fiore del loro tenero amore, ma è pur qui che la metafora diviene ovvia, morta in senso tecnico, come ad esempio “le gambe del tavolino”. Il film cresce, è vero, in produzione emotiva, si tratta però di un’emotività decisamente segnata e quasi prescritta. L’effetto di banalizzazione viene solo in parte attenuato dall’intervento in scena di Ascanio, il padre di Daphne, e da quel permesso speciale per la Prima Comunione del fratellino, ore di risarcimento intensivo prima del ritorno alla strana normalità della ragazza. [Cannes 2016, Quinzaine des réalisateurs] [Designato  Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI].

Franco Pecori

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25 maggio 2016