La complessità del senso
25 09 2017

Gomorra

film_gomorra.jpgGomorra
Matteo Garrone, 2008
Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Giorgio Morra, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster.
Cannes 2008, Gran Prix.

Sull’idea che ciascun italiano, in quanto anche cittadino del mondo, possa avere circa la camorra e tutta la malavita organizzata, crediamo vi siano pochi dubbi. Ma guardare il diavolo in faccia è un’altra cosa. E l’aspetto più interessante di un film ispirato ad un libro come quello di Roberto Saviano (vendute oltre un milione di copie) non è tanto nella soddisfazione che se ne può trarre nel sentirsi, mettiamo, “dalla parte giusta” riguardo ai contenuti, quanto nella necessità, suggerita e “imposta” dall’autore proprio col suo film/cinema, di stabilire con camorra e relativo background un rapporto di interazione profonda, cioè di co-struzione del senso, che non può limitarsi a giudizi stereotipi sul “male” che affligge la società, ma che deve necessariamente avere a che fare col testo, col film, comprese le reazioni derivanti dallo stile del regista. In sostanza, il valore del film Gomorra sta principalmente nell’essere un film di Garrone. Dopo L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2003), il regista continua imperterrito nella sua visione a-emotiva, che per contrappasso fa risaltare, gli elementi più crudeli e feroci delle vicende narrate. O meglio, non narrate bensì “presentate”.  Tra Napoli e Caserta la vita è come ghiacciata, “freddata” con uno degli stessi colpi di pistola e di mitra che risuonano nel film, a sorpresa e insieme naturali, espressioni di normalità necessaria quanto terribile. Il paradosso estetico è dato dall’essenza composita dei personaggi (uno su tutti il Franco/Servillo, boss dei rifiuti tossici), i quali con-tengono in sé, nelle loro voci (dialetto stretto con sottotitoli) e nei loro corpi, tutta la problematica sociale che li incatena in quella specie di santuario perverso dell’illegalità; e nello stesso tempo vivono di una loro autonomia cinematografica, fatta di momenti molto diversi tra loro, dettagli dell’inconsistenza e della disperazione coatta, che vanno a formare un destino chiuso, invalicabile: una vita recintata dal cordone mitologico che riduce ogni aspirazione a un generico, martellante e falso «Tutto a posto».  Cinque storie, trascelte dal voluminoso lavoro di Saviano (lo scrittore ha partecipato alla sceneggiatura), si svolgono intrecciandosi senza alcuna progressione drammatica, tutto accade in forma di linguaggio, ogni violenza è messaggio per un discorso assurdamente autoreferenziale. Ma la freddezza di Garrone non è distacco, non è lontananza, è piuttosto invito, indiretto eppure perentorio, alla riflessione. Dice uno dei ragazzi del film: «Abbiamo tutto, possiamo fare come ci pare». Non è vero, non hanno tutto e non possono fare come vogliono.

Franco Pecori

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16 maggio 2008