La complessità del senso
22 11 2017

Pericle il Nero

PERICLE_100x140Pericle il Nero
Regia Stefano Mordini, 2016
Sceneggiatura Stefano Mordini, Valia Santella, Francesca Marciano
Fotografia Matteo Cocco
Attori Riccardo Scamarcio, Marina Foïs, Gigio Morra, Maria Luisa Santella, Eduardo Scarpetta, Valentina Acca, Lucia Ragni.

La scelta di partire dalla provocatoria trovata, “letteraria” prima ancora che cinematografica – è già il romanzo di Giuseppe Ferrandino a definire il protagonista come colui che per mestiere “fa il culo alla gente” -, di segnalare della storia di Pericle il Nero il dettaglio, forte ma dettaglio, della sodomizzazione dei “punibili” secondo un’originale quanto spietata forma di giustizialismo camorrista, proietta sul film di Stefano Mordini (documentarista frequentatore di festival, anche con i lungometraggi Provincia meccanica, Berlino 2005, Acciaio, Venezia Giornate degli Autori 2012 e ora Cannes Un Certain Regard) il rischio di una pratica poetica progressivamente molto diffusa negli ultimi tempi in campo creativo. Intendiamo il pericolo della sostanziale indifferenza per la “scrittura”. La preferenzialità, sia in letteratura e sia nel cinema, è nettamente a favore dell’importanza del referente, inteso quasi sempre come “storia vera”. La conseguente confusione di piani nella produzione del senso determina il diffondersi di equivoche indistinzioni perfino nelle pratiche più comuni del vivere quotidiano, come quando il commesso del negozio dove siamo a scegliere una cravatta ci offre di considerare “tutte le tipologie”. Orbene, sul piano formale il “fare il culo alla gente”, qui nel film e là nel libro, s’impone come tipologia e, in quanto tale, con tracotanza (trans+cogitans) estetica, riduce il ventaglio espressivo di tutta la storia di Pericle, un poveraccio senza molte possibilità di riscatto, vittima del contesto degradato e di tutta la “favolistica” mitologica che ne definisce l’orizzonte esistenziale. Certo anche economico e sociale, ma qui non se ne parla. Si esibisce piuttosto l’attrattiva del corpo di Pericle/Scamarcio, puntando con insistenza pressoché esclusiva sugli occhi stressati – dalla fatica del “fare il culo”? dalla droga quotidiana per tirarsi su? dall’oppressione morale di un compito non piacevole e degradante? – dell’attore, la cui figura viene a tratti ritagliata e fissata nel quadro simbolico di un ambiente indebitamente antonioniano o giù di lì. Ci vorrebbe un Visconti, ma come si fa? Non è per Mordini, è più in generale per il cinema italiano, in costante difficoltà nella pratica narrativa. Non si sa da quale parte rigirarsi. L'”interiorità” del protagonista, la dimensione che dovrebbe riscattarlo dalla conditio-sine-qua-non del “lavoro”, è affidata alla sua voce fuori campo, il che rafforza la tendenza all’azzeramento della “scrittura”; e d’altra parte, la condizione contestuale, a partire dalla madre che a Pericle è sempre mancata tanto, fino alla famiglia estesa di cui egli soffre la “prigionia”, ci viene rivelata sotto forma di thriller drammatico, quasi in una traccia assicurativa, mirante alla proposta di genere verso un mercato non certo governato da princìpi di scrittura (non stiamo parlando di tecnica). “Tu non dovevi proprio nascere”, dice a Pericle il suo boss Don Luigi (Gigio Morra), tanto protettivo e premuroso da lasciar trapelare tipiche chiavi di lettura, facilitazioni per il pubblico televisivo, forse più vasto e più distratto. Punte di sentimento s’affacciano in piccole finistre della sceneggiatura, ben controllate comunque a ché non si verifichino fastidiose correnti d’aria. Siamo in Belgio e c’è una via di fuga in Francia, lontana è Napoli, forse una donna incontrata in un bar (Marina Foïs) può essere la soluzione per un nulla di fatto salutare nel mondo cattivo. L’amore è salvo. [A Cannes 2016, nella sezione Un certain regard]

Franco Pecori 

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12 maggio 2016