La complessità del senso
24 11 2017

La pazza gioia

film_lapazzagioiaLa pazza gioia
Regia Paolo Virzì, 2016
Sceneggiatura Francesca Archibugi, Paolo Virzì
Fotografia Vladan Radovic
Attori Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Anna Galiena, Marco Messeri, Tommaso Ragno, Bob Messini, Sergio Albelli, Marisa Borini, Bobo Rondelli.

Manicomio, fuori e/o dentro. Si può anche dire comunità psicoterapeutica, ma qual’è e dov’è il confine, quali sono le radici di “disturbi” che riguardano non tanto un ristretto ambito di persone tecnicamente colpite dalle varie forme di malattia mentale, bipolarismo, depressione e via dicendo, quanto le più larghe fasce del sociale, laddove possiamo riscontrare, guardando bene, compulsioni e “stranezze” degne forse di altrettanta attenzione – diciamo in senso più largo ma per nulla debole – scientifica? Il tema, pur serio e suscettibile di approfondimenti, presenta altresì rischi di banalizzazione e, in ogni caso, non appare nuovo a uno sguardo sensibile alla contemporaneità: società “evoluta” almeno in un senso, massmediologico. La possibile ovvietà viene schivata da Paolo Virzì con un procedimento di cancellazione creativa, secondo il quale tutti i dubbi e gli interrogativi culturali, sociologici e anche politici relativi alla stessa enunciazione del tema sono incarnati, proprio nei corpi, nei volti e negli sguardi, nei toni delle voci, nelle pause e negli scatti della recitazione delle due protagoniste, tipi e individui, non meno gli uni degli altri, come dev’essere nell’arte anche cinematografica. E dalla singolarità della Bruni Tedeschi e della Ramazzotti, dal loro rinunciare, cancellare, spogliarsi di tutto ciò che le ha finora rappresentate sullo schermo per proporsi nuove e profondamente aperte a rappresentazioni altre, a immedesimazioni definitive quanto non-finite e altrettanto disponibili a letture contestuali, dalla “pazzesca” bravura delle attrici viene la gioia, la soddisfazione per l’allusione profonda, per la metafora benefica che ci porta “fuori” dalla casa di cura e ci riporta dentro, con nuova consapevolezza sì ma con appassionata partecipazione. Simpatiche sono Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), prima dentro la Villa Biondi e poi fuori nella scena aperta del mondo “impreparato” a dialogare con loro, a offrire loro ragioni valide per una circospezione matura, per una pacificazione produttiva che non chieda in cambio la perdita di coscienza. Le due donne s’incontrano per fatale fatalità nella struttura in cui Beatrice si sente “padrona” – dice che la villa è stata una donazione della sua famiglia – e da dove prova ogni volta che può a uscire per rituffarsi nella mondanità che l’ha rifiutata, una mondanità – abbiamo modo di vedere con l’aiuto delle osservazioni “involontariamente” sarcastiche della stessa disastrata – ridotta a volgare dettaglio e a involontario degrado. Donatella è una donna “semplice”, vittima della sincerità della sofferenza, preda della crudele insensibilità dell’irrispettoso egoismo di convenzioni basiche. Maltrattata dal contesto familiare (debole l’incontro col padre), si ritrova catapultata nella struttura dove ribolle il disagio di altre mancanze, “irrisolvibili” senza rinunce che la società sistemica non sopporta. L’amore per un figlio che le è sottratto, l’evanescenza di sponde che trattengano l’inondazione che affoga, l’immersione che risolve. Beatrice, mitomane conduttrice di scariche di survoltaggio sociale, si arroga il diritto di una dettatura comportamentale che un po’ è anche protettiva ma soprattutto è invasiva e, mentre trasporta la nuova amica in un mondo “alto” quanto fasullo, fruisce della sotterranea maturità di Donatella rendendone la convivenza indispensabile alla copertura del proprio falso, dell’ingenua e contagiosa apparenza del vivere. Finirà in una fusione pazzesca, in una gioia augurale, in una soluzione che il racconto, in sé, fa fatica a svelare, ma che il contesto anche extrafilmico, referenziale – per carità non parliamo di documentario! -, è disponibile a chiarire. I due personaggi, diciamo, non sono originali. Il recente successo di altre mitologie, come la Alessia (Ilenia Pastorelli, David di Donatello 2016 come attrice protagonista) del Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, indica chiavi di lettura non solo possibili ma ragionevoli nel quadro delle forme mitologiche attuali. Forme del contenuto, se questo di Virzì è un film contro le “sicurezze”. Potremmo aggiungere stracci felliniani che volano dignitosamente e senza molto pericolo estetico, potremmo sottolineare l’importanza del contributo scritturale di Francesca Archibugi, il cui Grande cocomero (1993) può funzionare qui da prezioso archetipo. O molto più banalmente, potremmo richiamare fantasmi ridleyani (Thelma & Louise). Sarà sufficiente tenersi strette le espressioni travolgenti delle due “pazze” che si danno alla “gioia” impossibile nel mondo paradossale.  Il film è stato inserito nell’elenco della Quinzaine des Réalisateurs, a Cannes 2016. Non avrebbe sfigurato nel concorso del festival. 

Franco Pecori

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17 maggio 2016