La complessità del senso
19 11 2017

Benvenuti… ma non troppo

film_benvenutimanontroppoLe grand partage
Regia Alexandra Leclère, 2014
Sceneggiatura Alexandra Leclère
Fotografia Jean-Marc Fabre
Attori Karin Viard, Didier Bourdon, Valérie Bonneton, Michel Vuillermoz, Josiane Balasko, Patrick Chesnais, Sandra Zidane, Michèle Moretti, Pauline Vaubaillon, Firmine Richard, Anémone, Jackie Berroyer.

Il mondo sviluppatosi secondo tendenze non propriamente improntate a princìpi di solidarietà e accoglienza può fare fatica a ristrutturarsi d’urgenza. E del resto, le idee, soprattutto quelle legate a un’ideologia, vanno verificate con i fatti della storia. Vale per i grandi eventi e anche per le situazioni più vicine, perfino per i dettagli. Questo non vuol dire che delle idee si possa fare a meno e che i fatti parlino da soli. Nulla parla di per sé, fuori da un contesto. Poniamoci al centro di Parigi. Il film di Alexandra Leclère è del 2014 e la regista lo aveva scritto 7 anni prima, l’attentato terroristico alla sede del giornale Charlie Hebdo è del 7 gennaio 2015. I fatti drammatici  del penultimo inverno e quelli susseguenti tracciano una retroprospettiva interessante sul film. Si racconta di neve e ghiaccio su Parigi, molte persone non hanno un tetto sotto cui ripararsi. Il governo stabilisce una misura eccezionale, i proprietari di appartamenti con stanze libere devono accogliere quanti non hanno un alloggio. Il condominio al numero civico 86 di rue du Cherche Midi, luogo simbolo di residenza esclusiva, ai piani alti della società, entra in crisi. Anche relativamente alla circostanza speciale, due sono i poli magnetici nel lussuoso palazzo: la famiglia Dubreuil – Christine (Karin Viard), suo marito Pierre (Didier Bourdon), la loro figlia Françoise (Pauline Vaubaillon) – e la coppia di intellettuali, Grégory lo scrittore (Michel Vuillermoz) e Béatrice la professoressa (Valérie Bonneton). I Dubreuil sono borghesi conservatori, Pierre più convinto (dice «comunisti di merda»),  mentre Christine bada piuttosto alle non-faccende quotidiane, la cura del corpo e poco altro. La ragazza se la spassa soffiando nel clarinetto. Gli altri due condòmini sembrano accaniti osservanti della filosofia radical chic, ma sono vistosamente in bilico sull’orlo del precipizio borghese, con una certa dialettica tra Béatrice e il compagno. Il resto del palazzo è colorito contorno, con punte di perversione che vanno dalla “disinvoltura” del vicino maturo omosessuale (Patrick Chesnais) al basso affarismo della portinaia (Josiane Balasko), alla donna di servizio di colore (Firmine Richard). Arrivano gli “ospiti” e si mescolano gli spazi e le persone, radici e prospettive si confondono in un intreccio disordinato che, man mano, tende inevitabilmente a una nuova amalgama, composta sulla decostruzione dei pregiudizi e dei privilegi, per una vita in comune orientata verso un realismo di base, umanitario. Tutte belle parole, ma in certi momenti gli ostacoli sembrano insormontabili. Tanto che, sul piano dell’espressione, il film ondeggia tra farsa e commedia, dovendo la Leclère gestire il complicato equilibrio di un paradosso difficile da coltivare in autonomia. C’è infatti chi dal condominio preferisce tirarsi fuori, affittare un appartamentino minimo prospiciente e godersi dall’esterno lo spettacolo dell’accoglienza programmata. E’ quel che fanno i due anziani coniugi Abramovitch (Anémone e Jackie Berroyer), ebrei molto pratici. Inevitabili riflessioni serie sul futuro, non solo di Parigi ma del Pianeta.

Franco Pecori

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28 aprile 2016