La complessità del senso
22 09 2017

In Bruges – La coscienza dell’assassino

film_inbruges.jpgIn Bruges
Martin McDonagh, 2008
Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralpf Fiennes, Clémence Poésy, Jordan Prentice.

Non è un paese per assassini? Sembra uno scherzo, ma l’inglese McDonagh (Oscar 2006 per il corto Six Shooter) scopre presto un caratterino niente affatto morbido. Il paese è il Belgio, in particolare la città di Bruges, per i turisti un paradiso di arte gotica. Ma per Ray (Farrell) e Ken (Gleeson) sarà un posto da incubo. Lo vediamo presto. Già appena arrivati da Londra, i due compari, strana coppia di killer “sfortunati”, si mostrano a disagio. Più accomodante Ken, che sembra voler prendere dal momentaneo confino a cui li costringe il boss Harry (Fiennes) quel che di positivo ci può essere nella fastidiosa situazione; del tutto scontento, sull’orlo di una crisi nervosa, l’emotivo Ray, il quale non sopporta l’idea di dover restare in quel «cesso di città» per 15 giorni, a nascondersi dopo il “lavoro” londinese andato male. Una commedia inglese? Inequivocabile lo spirito, che però, verso la metà del film, si fa sempre meno leggero, si scurisce fino al Noir. La stessa città diventa nemica (ma per Ray non è certo una sorpresa) e si trasforma in luogo di morte. Ray e Ken sono prigionieri del loro capo, Harry li possiede nell’intimo, posseduto egli per primo da una paranoia surreale. Viene il momento che il boss si fa vivo in persona, inferocito dalla negligenza dei suoi uomini, e li tratta come un maestro di scuola isterico tratterebbe due ragazzini birboni. Si ride anche, ma poi si resta col sorriso a metà, agghiacciati dal finale violento e segnato da una strana “umanità”. E’ come se i personaggi si spogliassero del ruolo fittizio e mostrassero il loro lato segreto, persino commovente, sulle tracce di un copione esistenzialista fuori portata, di fuggevole consistenza. Ed è proprio  questo aspetto paradossale che, mentre qualcuno muore, lascia che qualche altro abbia ancora una possibilità. Il tono dell’ambientazione e dei dialoghi è così perfetto da sembrare ottenuto con un miracolo creativo, di quelli difficili da realizzare al cinema. Si può perfino perdonare a Farrell qualche smorfia di troppo e al regista/sceneggiatore qualche simbolismo teatrale (Jimmy/Prentice, il nano americano, a Bruges sul set di un film d’essai europeo).  – Dal Sundance Film Festival 2008.

Franco Pecori

Print Friendly

16 maggio 2008