La complessità del senso
26 09 2017

La ricerca della felicità

La ricerca della felicitàThe Pursuit of happiness
Gabriele Muccino, 2007
Will Smith, Jaden Christopher Syre Smith, Thandie Newton, Cecil Williams, Kurt Fuller.

Toglietevi dalla testa il “posto fisso”. Esercitatevi nel calcolo delle probabilità. Allenatevi a correre, correre, correre, dormire al ricovero dei poveri, restare soli col vostro problema del lavoro, studiare studiare per superare, all’esame da stagista, tutti gli altri concorrenti. Diciamo, se vi va bene, sarà per voi 1 su 20. Questo è capitato a Chris Gardner, attuale direttore generale della Gardner Rich&Company (intermediazioni finanziarie, sedi a New York, Chicago, San Francisco), fattosi da sé, come si dice, a partire dal ghetto nero di Milwaukee, città dei festival e della birra (dov’è ambientata la serie Tv Happy Days), nel Wisconsin . Leggere, per credere, The Porsuit of Happyness, l’autobiografia (Fandango Libri) da cui ora il film di Muccino. Ma questa è una lettura di primo livello, sociologica, de La ricerca della felicità. Il film, “tratto da una storia vera”, taglia corto, tralascia la miserabile infanzia e il primo periodo, di Chris (Smith) affascinato da Muhammad Alì e Martin Luther King. Siamo subito nel 1981, a San Francisco. Chris s’è inventato venditore, cerca di piazzare un “inutile” scanner ai medici e alle strutture ospedaliere, senza alcun successo, finché la moglie Linda (Newton) lo lascia (“Non sono più felice”) e lui si ritrova con il figlioletto di 5 anni, senza casa e senza un centesimo. Il centro del contenuto diventa e resta questo: un padre che affronta tutte le difficoltà per “salvare” il suo bambino, per non perderne l’affetto. E intanto vive con lui, costruendo ora dopo ora un rapporto vero e intimo. A questo livello diremmo che si apprezza un fortunato incontro tra cinema italiano e cinema americano. La tradizione neorealistica non si cancella facilmente, neanche volendo. Durante il film di Muccino, più volte viene in mente Ladri di biciclette (“Papà! papa!”, come dimenticare il grido angosciato del bambino che vede il padre umiliato e aggredito? E quel loro aggirarsi disperati per Roma alla ricerca della bicicletta, unica speranza di decente sopravvivenza?). Quando tale retroterra viene a contatto col “sogno americano”, del miracolo individuale nel contesto difficile di una società spietata, può accadere di veder esaltate le doti di un attore come Will Smith (scelta perfetta), “fuso” come oro nello scenario “di ferro”, capace di trasformare la “favola” del successo frutto di sudore nella “fiaba” di un padre sensibile, intelligente, dinoccolato, che guarda il mondo con gli occhi del suo figliolo (con quegli occhi, viene anche da pensare, “La vita è bella”). E tutta la città, povera e ricca, bianca e colorata, entra in una dimesione sognante sì, ma senza che si veda, neanche da lontano, Wall Street. Quando, alla fine, Chris viene assunto nella compagnia di brokeraggio, scoppia in lui la felicità (happiness, con la “i” e non con la “y”, insegna Chris al suo bambino), ma la cinepresa lo coglie in strada, in mezzo alla folla, non, come avrebbe anche potuto, al tavolo del suo nuovo lavoro. Il viaggio di Muccino in America ha dato i suoi frutti. Quanto poi agli esiti non proprio positivi di quegli anni ’80, non solo in America, ma anche qui da noi, inutile la ricerca di felicità supposte. Sarebbe tutto un altro film.

Franco pecori

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12 gennaio 2007