La complessità del senso
21 09 2017

Senza lasciare traccia

film_senzalasciaretracciaSenza lasciare traccia
Regia Gianclaudio Cappai, 2016
Sceneggiatura Gianclaudio Cappai, Lea Tafuri
Fotografia Fabio Paolucci
Attori Michele Riondino, Valentina Cervi, Elena Radonicich, Vitaliano Trevisan, Giordano De Plano, Fabrizio Ferracane, Luciano Curreli, Stefano Scherini.

Cose brutte hanno segnato l’infanzia di Bruno (Michele Riondino). E già sarebbero ricordi e visioni/incubo difficili da cancellare e pesanti per una convivenza interiore. Ma poi la malattia: «La malattia – dice lo stesso protagonista – è un intruso che ti entra dentro e ti strappa gli organi, senza lasciare traccia». A dire il vero, traccia se ne vede e come: nel film. Questo tipo di film evidenzia la maggiore difficoltà del cinema, mezzo espressivo specificamente inteso. E anche il maggiore merito, laddove si realizzi il miracolo espressivo. Diciamo il tradurre il linguaggio “interno”, prodotto dal nostro contatto con la “realtà” (estetica), in immagini fotodinamiche montate, tali da suggerire/provocare adeguata e produttiva reazione in termini di senso. Senso, non significato. Per 93 minuti il regista esordiente Gianclaudio Cappai gira il cucchiaio nella pentola sul fuoco della catarsi, ma gli ingredienti non arrivano a cottura. Non si sa bene come, o guidato dal destino, Bruno arriva presso una vecchia fornace gestita da uno strano tipo disperato e da sua figlia. Entrambi hanno sulla faccia la misteriosa espressione di una colpa non riscattata, o qualcosa del genere. Siamo nel tipico inesplicabile e non ancora poetico. I flash non aiutano molto. La fornace è quasi un rudere, si potrebbe riattivare ma il tizio da solo non può farcela. Bruno, ospite inatteso, gli darà una mano, se prima non gli verranno meno le forze. Comunque, i fuochi che si riaccendono l’uno dopo l’altro sono fotograficamente di un certo effetto. Un cavallo, nella stalla di sotto, va incontro alla sua fine, una corda si tende per una tortura proibita, l’incanto della proiezione procede con sofferenza dell’anima. Da non ripetere.

Franco Pecori

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14 aprile 2016