La complessità del senso
18 11 2017

Certamente, forse

film_certamenteforse.jpgDefinitely, maybe
Adam Brooks, 2008
Ryan Reynolds, Isla Fisher, Derek Luke, Abigail Breslin, Elizabeth Banks, Rachel Weisz.

Toccante. Forse era di aprile, di sicuro fu Maya (Breslin), dieci anni, a dire senza mezzi termini la verità al padre Will (Reynolds): «Credimi papà, tu non sei felice». Siamo a Manhattan, sembra la conclusione amara della lunga storia sentimentale, che il giovane pubblicitario venuto dal Wisconsin a New York per sostenere la campagna elettorale di Clinton ha raccontato alla figlia. E invece il bello deve ancora venire. Sarà un happyend, ovvio, ma sarà un finale sofferto e meritato, che allo spettatore questa volta non si poteva proprio negare. La bambina, svelta intelligente e sensibile (vista in Little Miss Sunshine), ha fatto tesoro della lezione di educazione sessuale ricevuta a scuola per chiedere a Will di metterla al corrente del suo incontro con la mamma e magari di altri amori precedenti. Il momento è delicato perché i cari genitori stanno per divorziare. Will racconta. Con un accorgimento, però: cambierà i nomi delle tre donne che ha conosciuto e Maya dovrà indovinare quale delle tre ha poi sposato il padre. Brooks, già sceneggiatore di Che pasticcio Bridget Jones, costruisce un simpatico thriller sentimentale poggiato sì su una solida piattaforma per la difesa della famiglia, ma con toni alquanto sbarazzini e con un intreccio non banalissimo. Il versante non è reazionario. I caratteri sono credibili e ben delineati. Reynolds non è soltanto un manichino e sfrutta al meglio l'”ambiguità” che scaturisce dalla sua maschera sexy semi-ingenua. Breslin ha il compito di raccordare la successione di flash con cui Will ricostruisce i propri tormenti amorosi. E visto che si risale al 1991, riviviamo in modo verosimile le atmosfere che portarono gli Stati Uniti alla vittoria democratica. Emily (Banks), April (Fisher) e Summer (Weisz) costituiscono un terzetto ben diversificato e tutt’altro che di superficiale confezione, ciascuna ha le sue buone ragioni per amare e per lasciare Will. Sicché il thriller “tiene” fino all’ultima scena. Alla fine, il “trionfo” della bambina risulta spogliato di retorica, non moralistico.

Franco Pecori

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16 maggio 2008