La complessità del senso
20 09 2017

Regali da uno sconosciuto

film_regalidaunosconosciutoThe Gift
Regia Joel Edgerton, 2015
Sceneggiatura Joel Edgerton
Fotografia Eduard Grau
Attori Jason Bateman, Rebecca Hall, Joel Edgerton, Allison Tolman, Busy Phillipps, Beau Knapp, Wendell Pierce, David Denman, Katie Aselton, Tim Griffin, Adam Lazare-White.

Entrare in casa Thriller e farla da padroni, o anche da ospiti alquanto indiscreti, sia pure agendo con tatto e facendo in modo di disturbare apparentemente il meno possibile, è un’impresa da primato estetico. Vale anche per il Western e per ogni altro genere di racconto non solo per il cinema ma per tutte le forme espressive consolidate dall’uso. E’ una questione antica, si può riproporre ogni volta che l’arte si ripropone, giacché è inevitabile il riferimento a un modello quale che sia e sia pure il più “informale”, o meno forte che dir si voglia. Cogliamo l’occasione di questo “regalo” dal cinema australiano, con un attore, Joel Edgerton (Star Wars II e III 2002, La cosa 2011, Zero Dark Thirty 2012, Il grande Gatsby 2013, Exodus – Dei e Re 2014), il quale per la prima volta si impegna nella regia. Per questo The Gift si è tirato in ballo Hitchcock, ma il paragone non quadra in un punto essenziale. Qui non ci viene detto come andrà a finire, mentre Hitch si divertiva molto nell’invitarci a scoprire man mano il m-o-d-o in cui i personaggi sarebbero arrivati a risolvere la vicenda di cui eravamo stati messi al corrente fin dall’inizio (Nodo alla gola 1948). Edgerton gioca soprattutto sulle componenti psicologiche e sulla storia personale dei protagonisti. Il titolo italiano è sbagliato perché mostra chiaramente la coda di paglia e siamo subito maldestramente invitati a leggere il film in funzione della falsa presentazione del personaggio di Gordo, interpretato dallo stesso regista: è tutt’altro che uno sconosciuto! Si presenta a Simon (Jason Bateman) e Robyn (Rebecca Hall) come per caso per poi intrufolarsi nella loro casa, dove la coppia ha appena traslocato. Dice di essere un vecchio compagno di scuola. Simon ha l’aria di non riconoscerlo, di non ricordarsene. Siamo portati a dargli credito. Un disturbatore malintenzionato, un maniaco? Vedremo che il comportamento di Gordo risponde ad altra ragione e non staremo certo qui a svelarla. Ma diciamo che la casa del Thriller si prepara a ospitare un visitatore un po’ diverso dal solito e, a specchio, anche Simon e la stessa Robyn non risponderanno al modello di riferimento più probabile. Il problema della regia sarebbe nella gestione della metafora-non-metafora, nella pseudonormalità del genere. La scelta di Edgerton, dovremo riconoscerlo, è ardita, coraggiosa, le sequenze viaggiano sul filo della contraddizione e serpeggia qua e là una certa inadeguatezza delle interpretazioni rispetto al traguardo espressivo, molto ambizioso. Restiamo dell’idea che l’attrazione del genere stia essenzialmente nel suo stare in sé, è il rispetto di sé che soprattutto ne genera la conferma, conferma indispensabile per il mantenimento dell’ambiguità nativa (in quanto ritaglio dall’ovvietà “reale”).

Franco Pecori

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3 marzo 2016