La complessità del senso
24 11 2017

Slipstream – Nella mente oscura di H.

film_slipstream.jpgSlipstream
Anthony Hopkins, 2007
Anthony Hopkins, Stella Arroyane, Christian Slater, John Turturro, Michael Clarke Duncan, Lisa Pepper, Christipher Lawford, Kevin McCarthy, Aaron Tucker.

La questione della natura del cinema, della sua consistenza specifica nasce, se vogliamo, prima ancora del cinema. E non è un “prima” temporale, almeno non nel senso del tempo lineare (sostanziale attesa del futuro) “inventato” da Agostino da Ippona. È la questione della definizione teoretica del passaggio dalle immagini prodotte dalla percezione al linguaggio e alle sue figure. In sintesi, è la distanza tra “realtà” ed espressione a produrre gli insiemi di significati a cui diamo, di volta in volta, il senso in funzione delle nostre capacità/possibilità. Proprio pensando al cinema, alla sua nascita, già nel 1971 Jean-Louis Comolli sviluppava sui Cahiers du cinéma una riflessione in sei puntate, intitolata Technique et idéologie, che “smascherava” il fondamento ideologico della “prospettiva” quattrocentesca (Brunelleschi), falso principio sulla base del quale si arriva fino allo “sguardo” fotografico e quindi cinematografico. Quindi smontaggio del realismo con tutto ciò che ne consegue. Per esempio, la riconsiderazione critica del cinema americano, dei generi classici, della relazione di essi con l’opera degli “autori”. Dal punto di vista espressivo, si può fissare convenzionalmente lo svolgimento del tema in diversi modi, a partire dalla doppia faccia Lumière/Méliès fino a provocazioni più spiccate, “americane”, come l’Empire di Andy Warhol (8 ore di inquadratura fissa dell’Empire State Building di New York), che nel 1964 esemplificava nella durata della proiezione il problema della cattura della “realtà” e del suo rapporto con l’immaginario. E via dicendo, si pensi alle varianti che i diversi modi del montaggio possono determinare sulle variazioni del senso. Più ci si inoltra nell’esemplificazione più si scopre, per paradosso, che si ritorna al punto di partenza, o meglio a quella partenza che non c’è: la natura del cinema appartiene alla natura del linguaggio e non è specifica, non tanto da poter essere fissata una volta per tutte. Il film di Hopkins è molto più semplice e in-genuo di quel che può sembrare. E’ frutto di uno sfogo “primitivo”. Non è “oscuro” come l’Hannibal di Jonathan Demme o di Ridley Scott. Lì l’oscurità restava interna alla metafora del personaggio, non era mostrata (non avrebbe potuto mostrarsi senza perdersi!). Hopkins, da regista, dimentica la complessità di Hannibal e tenta di farci vedere direttamente, di getto, il mistero della realtà, l’illusione della vita, del sogno, come se fosse la prima volta per il cinema. Ma così la complessità si riduce a complicazione. La metafora è sfondata e in-sensata. Il protagonista, lo sceneggiatore Felix (Hopkins) che va in crisi quando si accorge che i suoi personaggi gli entrano nella vita e che non riesce più a governare lo scorrere del tempo, vorrebbe trasferirci la sua “eccezionale” esperienza, ma inevitabilmente, proprio per la natura del cinema, non riesce che a compilare la confusione, a tradurla in stile (montaggio frammentato, flash ed ellissi, fluidità e segmentazione). Sicché l’ipotesi più personale si traduce in stereotipo dell’eccezione.

Franco Pecori

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9 maggio 2008