La complessità del senso
20 11 2017

Mongol

film_mongol.jpgMongol
Sergei Bodrov, 2007
Tadanobu Asano, Honglei Sun, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren, Aliya, Ba Sen, Amadu, Mamadakov, Ba Yin, He Qi, Sun Ben Hou, Ji Ri Mu Tu.

Com’è buono Genghis Khan! Il siberiano Bodrov – Il prigioniero del Caucaso (1997), Decisione rapida (2001), Il bacio dell’orso (2002) –  ha realizzato le riprese nelle sterminate steppe e nelle foreste dove vissero le primitive tribù mongole, in Cina, in Kazakhstan e nell’attuale Mongolia, prima di venire riunite in un unico impero dal khan Temujin (1162-1227); ha studiato la vera storia dei mongoli che non aveva potuto conoscere da ragazzo, nelle scuole dell’Unione Sovietica; è andato a Ulan Bator, la capitale della Mongolia, a chiedere al capo sciamano il permesso di fare il film; ha dato il ruolo del protagonista al giapponese Tadanobu Asano perché è un grande attore (Zatôichi) e perché i giapponesi credono, come anche i Kazaki e i coreani, che Genghis Khan sia stato in realtà uno di loro; ha rispettato le usanze e le credenze della gente ancora nomade nei più sperduti territori; ha ottenuto la collaborazione di centinaia di “comparse” per le scene di battaglia a cavallo; ha “catturato” le voci di un complesso folk (curiosa l’assonanza con certi cori dell’antica Sardegna) per la suggestiva colonna composta poi dal finlandese Tuomas Kantelinen. Insomma, è stata seria l’intenzione di restituire alla fama del grande condottiero, dipinto dai russi dominati per due secoli come il più feroce dei conquistatori, una più giusta dimensione storica.  E la contaminazione della primaria fonte d’autore ignoto, il poema in versi La storia segreta dei Mongoli ritrovato in Cina nel XIX secolo, con lo studio dell’illustre storico Lev Gumilev (il suo libro La leggenda della freccia nera attenuava la “ferocia” di Genghis Khan) sembra essere avvenuto in maniera indolore, preservando cioè al film la dignità di una verosimiglianza progressiva. Nulla a che vedere con “cose” come Gengis Khan il conquistatore (Henry Levin, 1965, con Omar Sharif) e  simili – una ventina di approssimazioni spettacolari dagli anni ’50 ad oggi. Nella superproduzione (Germania/Kazakhstan/Russia/Mongolia – 15 milioni di euro) che racconta la mitica ascesa al potere di Temujin a partire dall’età di 9 anni e dal contrasto paterno con la tribù rivale dei Merkit, l’elemento spettacolare non manca certo, ma Bodrov attenua il rischio di un cedimento troppo marcato verso tipologie post-western (i grandi spazi, i cavalli, gli scontri anche rallentati quasi alla Peckinpah) con una tensione antropologica nello sviluppo della sceneggiatura e nel tratteggio dei caratteri. L’amore per Borte (l’esordiente Khulan Chuluun), la donna che ha scelto fin da bambino come sua moglie, porterà Temujin a combattere per riconquistarla, trasgredendo princìpi che affondano nella tradizione: «Non dire a nessuno che andiamo in guerra per una donna», lo avverte Jamukha (Honglei Sun, uno degli attori cinesi preferiti di Zhang Yimou), suo fratello di sangue e poi nemico acerrimo. L’amore è centrale nella vita del futuro Gran Khan, il quale, con Borte, arriva a scoprirsi in accenti “romantici” del tipo: «Senza te non posso vivere».  Ma ancora più importante, dal punto di vista storico, è l’idea di dare a tutti i mongoli una sola legge, regole più “umane” in battaglia, rispetto per le famiglie, proibizione della tortura. Il film è stato già nel programma della Festa del cinema di Roma 2007.

Franco Pecori

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9 maggio 2008