La complessità del senso
22 09 2017

Iron man

film_ironman.jpgIron man
Jon Favreau, 2008
Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow, Samuel L. Jackson, Hilary Swank, Bill Smitrovich, Faran Tahir.

Fumetto (la targa è Marvel) tecnologico con un sottile substrato di antico. Qui è il maggiore fascino di questo “giocattolo” che sfrutta l’immagine archeologica del ferro per fantasticare, invece, su soluzioni antropomorfiche della tecnica, che danno al futuro un senso di speranza nonostante l’aggressione progressiva di nuovi poteri e di nuove ambizioni. Il divertimento non è poi tanto puro, come si vorrebbe da chi gestisce il prodotto. Insieme avanzata ed artigiana, la strabiliante tecnologia che in Tony Stark (Downey Jr.) si fa persona produce meraviglia proprio per l’esibizione costante della maschera e del suo contenuto: Tony e l’armatura che egli si construisce suggeriscono un tutt’uno in cui si fondono uomo e macchina e da questa nuova unità sgorga una nuova fantastica potenza. Tuttavia non si tratta ancora di una fusione, l’elemento futuribile e l’antichità del ferro restano ben individuabili. Il protagonista, giustamente, si muove dietro una sorta di velatura, pur essendo il motore della vicenda non assume rilevanza assoluta: quel che importa è l’ingegnosa armatura (maschera) che gli darà la forza di superare ogni ostacolo, di vincere su ogni cattivo (nella fattispecie siamo in Afghanistan). Si capisce così la scelta di un attore, pur bravo,(Charlot, Robert Attenborough, 1992, Good night and good luck, George Clooney, 2005, A scanner darkly, Ricard Linklater, 2006, Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus, Steven Shainberg, 2006) non tanto iconologicamente invasivo da soffocare l’importanza dell’armatura. Del resto, la stessa identità di Tony Stark, destinata alla trasformazione da inventore e venditore di armi a inventore dell’arma risolutiva “a fin di bene”, si configura appunto come una sorta di sublimazione dell’armaiolo, artigiano sublime e pur sempre armaiolo. È la ricchezza di questa ambiguità a stabilire la base della metafora (fumetto) su cui poggia l’impulso all’immaginario.  Il concetto di protezione (armatura) prevale su quello di aggressione e merita il premio della sopravvivenza: Tony, che già all’inizio del film è praticamente più morto che vivo, inventa e applica su di sé il misterioso oggetto salvifico che gli permette di restare in vita e di lavorare, così, alle sorti positive del mondo. Ci manteniamo nel vago giacché la parola pace non viene mai pronunciata. C’è però una fuggevole osservazione che riguarda proprio il protagonista, qualcuno ad un certo punto dice di lui: «Non ha famiglia, è un uomo che ha tutto e niente». Altro che Afghanistan.

Franco Pecori

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2 maggio 2008