La complessità del senso
25 09 2017

Racconti da Stoccolma

film_raccontidastoccolma.jpgNär mörkret faller
Anders Nilsson, 2008
Oldoz Javidi, Lia Boysen, Reuben Sallmander, Per Graffman, Bibi Andersson, Bahar Pars, Mina Azarian, Cesar Sarachu, Peter Engman, Annika Hallin, Nisti Stêrk, Anja Lundqvist, Zeljko Santrac, Jonatan Blode, Christopher Wollter, Tobias Aspelin, Magnus Rossman, Fyr Thorwald, Ashkan Ghods, Tomas Bolme, Toni Haddad, Simon Engman, Tuva Sällström, Ralph Carlsson.
Berlino 2007: Premio Amnesty International.

«Sono stata picchiata e maltrattata per dieci anni da mio marito… e io tutte le volte ero convinta che la colpa era mia, che ero io la causa… È fondamentale che le vittime parlino di questa loro condizione». Nel film si chiama Carina (Boysen), nella realtà è Maria Carlshamre, una giornalista svedese che ha avuto il coraggio di “uscire allo scoperto” e denunciare in diretta televisiva le violenze subite ad opera del marito, collega di lavoro e “geloso” del successo della moglie. Eletta poi al Parlamento Europeo, Carina/Maria ha potuto presentare un programma per la difesa dei diritti delle donne. Questa ed altre due storie ispirate a fatti accaduti s’intrecciano nel film di Nilsson, regista trentenne (Zero Tolerance – 1999, Executive Protection – 2001, The Third Wave – 2003) considerato una grande promessa del cinema scandinavo, e sono tanto più impressionanti quanto più il contesto da cui sono tratte, Stoccolma, è normalmente creduto “civile” e “avanzato”. Diverso, rispetto al background professionale di Carina, il contrasto culturale che sta alla radice della violenza subita da Leyla (Javidi), giovane immigrata mediorientale. Insieme alla sorella Nina (Pars), Leyla vive prigioniera dei pregiudizi dei genitori e degli zii. Proibito per lei frequentare ragazzi. Madre e padre sono pronti a difendere l’ “onore” della famiglia fino alla scelta di soluzioni estreme. È impressionante la chiusura verso la società che li accoglie, pur attrezzata con strutture assistenziali che fanno intendere come il problema dell’integrazione non sia troppo sottovalutato. La terza storia, restando nell’ambito di una forte problematicità di rapporti tra culture eterogenee in un ambiente “moderno”, è raccontata al maschile. L’intolleranza verso l’omosessualità, benché questa sia nascosta e quasi inconsapevole, si mescola all’arroganza che può assediare la vita di locali anche di un certo livello, specie se il gestore, Aram (Sallmander), è straniero ed ha un buttafuori, Peter (Graffman), che s’impegna un po’ troppo a difenderlo dai delinquenti. Qui siamo all’uso di pistola e coltello, ma la vicenda coinvolge comunque una famiglia, quella di Aram, che deve subire aggressioni e minacce. Insomma, situazioni di violenza diffusa e tuttavia non proprio presente nell’immaginario dei più. Situazioni di una drammaticità che non avrebbe bisogno di “rappresentazione” se non fosse per la profonda incoerenza che certi “casi” denunciano a chiunque voglia soltanto acuire un minimo lo sguardo. L’Italia, per esempio, non sarà magari la Svezia, eppure «tra tutte le donne uccise, in media 7 su 10 trovano la morte per mano di un familiare o di un partner» (Eures-Ansa, 2006); e 6 milioni e 740 mila donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito «violenza fisica» o «violenza sessuale» nel corso della propria vita (Istat, 2007).  Detto questo, resta da vedere se alla drammaticità del vero corrisponda la drammaticità del film. Nilsson dice che l’obbiettivo del suo lavoro era «capire perché ciò accade». Il problema dell’arte è che non si accontenta (non può) della “realtà”. I Racconti da Stoccolma ci dicono come una certa realtà si svolge. Quanto al grado espressivo, il film mantiene un buon equilibrio tra verosimiglianza cronistica e tensione catartica. 

Franco Pecori

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guarda il video dell’intervista
al regista Anders Nilsson
di Francesco Gatti per Rainews24

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30 aprile 2008