La complessità del senso
18 11 2017

Ave, Cesare!

film_avecesareHail, Caesar!
Regia Joel e Ethan Coen, 2016
Sceneggiatura Joel e Ethan Coen
Fotografia Roger Deakins
Attori Scarlett Johansson, Josh Brolin, Channing Tatum, Ralpf Fiennes, George Clooney, Tilda Swinton, Jonah Hill, Frances McDormand, Alden Ehrenreich, Christopher Lambert, Patrick Fischler, Emily Beecham, Peter Jason, Clement von Franckenstein, Robert Trebor, Geoffrey Cantor, Robert Pike Daniel, David Krumholtz, Agyness Deyn.

Accettare la favolosa offerta di lavoro di una grande industria aerospaziale come la Lockheed, il che sistemerebbe definitivamente la sua vita e quella di sua moglie, o continuare nel difficile compito di “fixer” della Capitol Studios, di controllore e regolatore dell'”immagine” di produzioni e attori, a volte star vere o spesso anche finte, da far rigare dritte tra un ciak ripetuto una trentina di volte e una bevuta scacciapensieri nella roulotte-nascondiglio? Nella Hollywood degli ultimi anni ’50, si svolge il dramma di Eddie Mannix (Josh Brolin), uomo dalle rigide convinzioni personali – la commedia si apre con la visita al prete in confessionale per farsi perdonare il peccato di aver mentito alla moglie e aver ricominciato a fumare due o tre sigarette – e professionista efficientissimo, anche appassionato della macchina-cinema, consapevole coadiutore della sua valenza industriale. Sarà questa consapevolezza, questo sensato equilibrio interno tra impulso artistico e target imprenditoriale, questo che al dunque potrà diventare senso pieno della vita, a spingere il fixer, vedrete, verso la scelta “giusta”. Tra un appuntamento e l’altro col rappresentante della Lockheed che gli prospetta compensi da capogiro, Mannix ci porta con sé sul set dei “capolavori” di genere, film di smaccato livello B, ma anche grandi produzioni destinate alle vaste platee e capaci di veicolare messaggi morali, acconciati secondo la più universale delle strade maestre, il sentire medio (o anche medio-basso). A livello del gusto artistico, assistiamo a un documentario (il termine è molto di moda, lo usiamo) spiritoso e argutamente provocatorio, quasi fossimo Alighieri guidati da Virgilio nella Commedia hollywoodiana. Ave, Cesare!, “Un racconto sul Cristo” formato peplum, è il film in lavorazione con cui ha inizio la visita, intramezzata poi da aperture su altri set, western, commedie, balletti acquatici. George Clooney, nella parte della star Baird Whitlock che interpreta un Cesare “fulminato” dal Cristo, si trova anche in mezzo a riunioni molto animate e inconcludenti di attori “comunisti”, sui rapporti di produzione. Scarlett Johansson è immersa in piscina nella parte di DeeAnna Moran, diva molto più preoccupata dei propri problemi personali che del film in cui è protagonista (sequenza breve ma di sublime vaghezza). Channing Tatum è Burt Gurney, superstar dal comportamento ambiguo, da tenere bene sotto controllo. C’è poi il fenomeno più vistoso – e forse perfino più realistico? -, di un vero cowboy, Hobart Doyle detto Hobie (Alden Ehrenreich), il quale viene trasformato in attore per le sue destrezze da rodeo in un western di successo, cioè il più ingenuamente spettacolare e infantile dei western. Hobie rotea gli spaghetti al ristorante come fossero il lazo sul set. E’ scritto nel suo destino che prima o poi si trovi a recitare in un dramma serio, girato tutto in interni, e la parte gli riesca male. Raggiunge vette espressive il ruolo del disgraziato regista, affidato all’arte di Ralph Fiennes. Lungo i sentieri degli studios, non è da trascurare l’inquietante sistema di gossip che avvolge l’ambiente grazie alla presenza minacciosa di due giornaliste sorelle, Thora e Thessaly Thacker (Tilda Swinton), da tenere assolutamente a bada. L’essenziale inutilità malefica del loro lavoro è di portata filosofica. Divertente e brillante anche nei particolari, il film dei Coen non sarebbe però che un ripasso del tema solito: Hollywood, macchina dei sogni. E però, sottostante, si rivela la possibile proposta di un confronto di poetica, di stimolante attualità. Il concetto di B-Movie si presta ad articolazioni non semplicissime, ma fattone comunque oggetto di riflessione, possiamo vedere a confronto due visioni opposte, attualmente utilizzabili per la concomitanza distributiva, almeno sugli schermi italiani. Sono visioni entrambe sostanziate da una chiave critica, di benevola, amorevole presa in giro: mentre i Coen dialogano primariamente con il materiale storico, riproponendone una versione critica in trasparenza, Quentin Tarantino (anche The Hateful Eight) si rivolge al pubblico per convincerlo come sia stato un errore considerare di serie B un cinema che invece sarebbe stato degno di maggiore dignità. E lo ripropone come se nulla fosse, o meglio, fosse dovuto accadere. La differenza finisce con l’essere tra i due diversi tipi di spettatore. 

Franco Pecori

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10 marzo 2016