La complessità del senso
23 09 2017

L’ultima missione

film_lultimamissione.jpgMR 73
Olivier Marchal, 2008
Daniel Auteuil, Olivia Bonamy, Catherine Marchal, Philippe Nahon, Francis Renaud, Gérald Laroche, Guy Lecluyse, Christian Mazzucchini, Clément Michu, Moussa Maaskri, Louise Monot, Maxim Nucci, Christine Chansou, Mireille Viti, Virgina Anderson.

«Dio mi ha tradito e io lo punirò». Louis Schneider (Auteuil), della Squadra Omicidi di Marsiglia, ha una vita d’inferno. Dopo Gangsters (2002) e 36 quai des orfèvres (2004), Marchal chiude con MR 73 (la sigla di una pistola) una sorta di «trilogia sulla solitudine, la disperazione e la perdita dei propri riferimenti» – così il regista, ex poliziotto che ha deciso di uscire dalla polizia proprio per aver “visto” la storia realmente accaduta alla quale poi si è ispirato per il terzo film. Trasandato nell’aspetto, alcolista, Louis vive in un abisso morale in cui lo hanno trascinato i casi del suo lavoro, che spesso contrasta con la propria tendenza alla rettitudine. Soffre e tira avanti di ora in ora, senza una prospettiva precisa. Lo incontriamo nel momento in cui, impegnato in un’ultima “missione”, va oltre i limiti e il rapporto con i colleghi diventa un muro troppo alto. E’ il muro della corruzione e dei poteri “altri” rispetto ai “doveri” del detective, è un macigno che si aggiunge al peso della vita spericolata e violenta del poliziotto. Assalito dai flash-incubo che gli mantengono vivi i momenti personali più drammatici (desolante la visita in ospedale alla moglie che giace senza speranza), Louis si muove in un ambiente di piombo, tutto è “nero” intorno a lui. Marchal mostra di avere un notevole talento nel rappresentare il contesto, forse aiutato dalla radice autobiografica, di sicuro dalla bravura del protagonista, perfettamente calato nella parte. Mentre l’ombra di un serial killer copre di cupa suspense la vita della città, una ragazza, Justine (Bonamy) ,chiede aiuto, paralizzata dalla paura per l’uscita dal carcere dell’assassino dei suoi genitori. L’uomo (Nahon) fu appunto arrestato da Schneider. Il racconto, qui la sua principale qualità, pur fotografando (la firma è di Denis  Rouden) con estetica quasi maniacale i dettagli dell’ambiguità, non procede per accumulo. Il noir prevale sulla trama, il poliziotto non va dritto alla mèta. Forse vorrebbe tener fede al proprio istinto professionale, ma “incidenti” lo confondono, estranei al compito, più complessi. Attenzione: non c’è “filosofia”, non in primo piano. Ma proprio per questo l’atroce violenza di alcuni momenti “pieni” può confondersi persino con la dolcezza (più una struggente aspirazione) dei “vuoti” che si confondono con la rabbia confusa di Louis, fino al grido finale, religioso (più una tragica tensione).

Franco Pecori

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18 aprile 2008