La complessità del senso
22 09 2017

Un amore senza tempo

film_unamoresenzatempo.jpgEvening
Lajos Koltaj, 2007
Claire Danes, Toni Collette, Vanessa Redgrave, Patrick Wilson, Hugh Dancy, Natasha Richardson, Manie Gummer, Eileen Atkins, Meryl Steep,  Mamie Gummer, Glenn Close.

Il cinema gioca spesso brutti scherzi. L’ungherese Koltaj, importante direttore della fotografia (La leggenda del pianista sull’Oceano, Sunshine – Il sapore del sole, Being Julia – La diva Julia), al momento di confermare il buon esito della sua prima prova da regista (Sorstalansag – Senza destino, 2005) ha avuto a disposizione un super cast femminile e una base letteraria di grande successo da cui partire (il romanzo di Susan Minot). Il risultato dice che i due elementi non sono stati decisivi, non si sono trasformati in fattori favorevoli al valore del film. Del film in quanto cinema, ecco il punto. Come abbiamo già avuto modo di notare, a proposito del “documentario” – e lo stesso concetto varrebbe per altre forme di espressione cinematografica – quando si venga al dunque, è pur sempre di cinema che si deve parlare. E ancor più del “documentario”, un film “a soggetto” utilizza sì materiali profilmici anche “letterari” come un romanzo o come una sceggiatura, tuttavia potremo giudicarlo in quanto film sono in quanto quei materiali abbiano prodotto un oggetto diverso, artisticamente autonomo, ricco di una coerenza interna sua propria. Un film può essere letterario anche se non deriva da un libro e può non esserlo anche se il regista è partito dalla lettura di un romanzo. Il caso di questo “amore senza tempo” è esemplare perché offre allo spettatore su un piatto d’argento (rispettiamo la “classe” del materiale profilmico anche nella susa traduzione figurativa, il paesaggio, l’ambientazione, la luce) il paradosso incorporato nella “visione” stessa dell’autore. Vanessa Redgrave, sempre brava, deve raccontarci il tormento di una madre che, trasognata e quasi in delirio, rivede, sul proprio letto di morte, un amore lontano e segreto, l’unico vero della sua vita, e riesce a dirne la verità, a se stessa e alle due figlie (Richardson e Collette): «Quando una madre sta morendo è un buon momento per parlare». Ma il suo racconto, infarcito di rimandi all’indietro, di inserti didascalici combinati con momenti di apparente “immaginazione”, dà corpo a null’altro che al “sogno” del regista, il sogno di fare un grande film con un cast femminile da Oscar. Manca invece un’autentica progressione drammatica mentre vengono “descritte” le vite di diversi personaggi, tutte intrecciate tra loro ma tenute “separate” dal montaggio freddo, a priori, che non riesce a riscattarsi dalla struttura narrativa letteraria. L’accumulo di situazioni e la stratificazione di tempi ostacola il feeling necessario allo spettatore che voglia seguire il film nella sua costitutiva qualità cinematografica.

Franco Pecori

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24 aprile 2008