La complessità del senso
19 09 2017

Rolling Stones’ Shine a Light

film_shinealight.jpgShine a Light
Martin Scorsese, 2007
Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood, Charlie Watts.
Berlino 2008: film d’apertura fuori concorso.

Una vota di più si dimostra che, nel cinema, il termine “documentario” ha un puro senso convenzionale e, a scanso di equivoci, sarebbe meglio non usarlo. Qui la luce è di uno splendido film in cui la performance musicale dei Rolling Stones è tradotta in un’immagine sonora artisticamente rilevante, così come, mutatis mutandis, potrebbe esserlo se Scorsese fosse partito da un testo letterario. Insomma sembrerà banale ma stiamo parlando di cinema. Tanto per cominciare, per “coprire” il set del concerto al Beacon Theatre di New York (autunno 2006), il regista ha invitato Robert Richardson, il direttore della fotografia due volte premiato con l’Oscar (The Aviator e JFK), a guidare una schiera di altri grandi direttori: John Toll, Andrew Lesnie, Stuart Dryburgh, Robert Elswith, Emmanuel Lubezki, Ellen Kuras; ed ha affidato il montaggio a David Tedeschi (The Blues – Dal Mali al Mississipi e No Direction Home: Bob Dylan). Non certo trascurabile l’apporto di Bob Clearmountain per il mix dei suoni. Infatti, Scorsese sceglie le inquadrature e i piani che scandiscono i movimenti degli Stones sulla scena e il suono si articola in modo complementare, mantenendo il punto di fruizione legato all’immagine e dandoci una straordinaria sensazione di presenza. Provate ad ascoltare l’audio senza le immagini e saprete. Non staremo ad annoiarvi con la descrizione del film, soprattutto perché l’importanza primaria è data dall’emozione che suscita. Ce n’è per varie pertinenze. Non capita spesso, per esempio, di avere accesso al set mentre la troupe prepara col regista le riprese: problemi di organizzazione che si trasformano sullo schermo in momenti di trasparenza creativa. E quando Jagger attacca il Jumpin iniziale in un lampo il volto di Scorsese ci trasmette lo stress dello start. Tutto dovrà funzionare, luci obbiettivi movimenti suono, come previsto e anche come non previsto, con quel tanto di improvvisazione che appartiene ad ogni espressione e specialmente alla musica/scena degli Stones. Subito si impone il carattere interpretativo della performance, sia nei singoli che nel gruppo: la band funziona come un organismo teatrale, i corpi vivono la loro metafora, pescano nel profondo della tradizione l’energia tutta moderna e attuale che prolunga la loro vita oltre il palco ma che dal palco non si distacca. In questo elastico è la forza di Jagger-Richards-Wood-Watts, mito di se stessi, modello scenico non trasferibile, solo rappresentabile. Notate l’inadeguatezza delle domande negli inserti delle interviste che scandiscono i decenni della lunga carriera del gruppo: una lezione utile a liberarsi dall’oppressiva somministrazione di tanti miseri servizi giornalistici, soprattutto televisivi. In sostanza, Scorsese ci offre la chiave per entrare in contatto con i Rolling Stones come ripartendo da zero, proprio ora che Jagger sta per compiere 65 anni. Inutile insistere sulla diabolica energia sprigionata da Mick, ancora più strabiliante la perfezione tecnica delle figure spettacolari, tanto infallibili da risultare paradossali, un’esplosione fredda. Colpisce la compostezza dei personaggi (massimo l’esempio del batterista Watts che impugna le bacchette come insegna il manuale di Gene Krupa!) nella loro “furia” espressiva, la rabbia si traduce in teoria e la teoria prende il corpo e il tempo dell’esecuzione. Infine, ma non ultima ragione, il film ha il merito di rendere presente il valore del rock nel quadro musicale contemporaneo. Coloro poi che tra gli spettatori hanno esperienza di jazz apprezzeranno il contributo della sezione dei fiati e, più in generale, sentiranno lo swing che si sviluppa nell’uso del riff (oh Count Basie…), secondo la più collaudata e popolare delle forme jazzistiche.

Franco Pecori

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11 aprile 2008