La complessità del senso
20 11 2017

L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo

film_trumboTrumbo
Regia Jay Roach, 2015
Sceneggiatura John McNamara
Fotografia Jim Denault
Attori Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, John Goodman, Elle Fanning, Michael Stuhlbarg, Louis C.K., Adewale Akinnuoye-Agbaje, David James Elliott, Alan Tudyk, Dan Bakkedahl, Roger Bart, Christian Berkel, Peter Mackenzie, Dean O’Gorman, Richard Portnow, Stephen Root.

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, intensificandosi la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la paura della “Minaccia Rossa” arrivò in America al punto di rendere tollerabile l’istituzione da parte del governo di una Commissione per le Attività Antiamericane (House Committee on Un-American Activities). Vennero inseriti nella famigerata Lista Nera i nomi di quanti si dichiararono comunisti. Per loro significò la perdita del lavoro. L’industria cinematografica ne risultò specialmente colpita. Non poche furono le delazioni di professionisti contro amici e colleghi. Soltanto i dieci appartenenti alla Hollywood Ten si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione. Del gruppo faceva parte lo sceneggiatore Dalton Trumbo (già nominato all’Oscar per Kitty Foyle, ragazza innamorata di Sam Wood, 1940, e acclamato per Missione segreta di Mervyn LeRoy, 1944), il quale fu condannato nel 1950 a 11 mesi di prigione per resistenza all’operato del Congresso. Detta così, è in sintesi una pagina di storia americana che tutti dovrebbero conoscere. Ma il materiale a disposizione per un film sull’argomento è attraente al di là del tema politico e il lavoro di Jay Roach (Ti presento i miei 2000, Candidato a sorpresa 2012) si presta a una lettura “seconda” piuttosto importante. Prolifico e brillante nella scrittura, Trumbo continua a produrre sceneggiature usando l’escamotage di farle firmare a colleghi di secondo ordine. Il trucco riguarda però non solo la rinuncia al nome: Hollywwod sfrutta il talento di Trumbo valorizzando la produzione di film minori con la qualità dello script. Oggi il problema del comunismo è stato soppiantato da altre questioni (ovvio che non stiamo parlando del comunismo in quanto teoria politica). Certamente non guasta un’ennesima riflessione sull’improduttività del pregiudizio e sulla manipolazione delle ideologie – nel film vediamo un gustoso John Wayne (David James Elliott) e un’indisponente Hedda Hopper, regina del pettegolezzo (Helen Mirren) – ma qui emerge chiara la possibilità di ricollocare a un più adeguato livello di pertinenza il discorso sul valore del cinema di serie B. Già l’Oscar vinto da Trumbo per Vacanze romane di William Wyler (1953) – la firma era di Ian McLellan Hunter – rimanderebbe a questioni estetiche, anche se il tema del cinema d’autore verrà posto dalla critica francese qualche anno più tardi. E però il film di Roach dà giustamente spazio a circostanze più ruvide, relative alle disavventure di Trumbo e alla sua decisione, nel periodo della lista nera, di accettare di scrivere nascostamente per Frank King, produttore di B-Movie, horror, western, gangster, fantascienza. Non era ancora epoca di coraggiose rivalutazioni. La fine delle proscrizioni arriverà soltanto nel 1960, con i trionfi di Spartacus (Dean O’Gorman dà il volto a Kirk Douglas) di Stanley Kubrick e Exodus di Otto Preminger (Christian Berkel). Al di là della figura umana del grande sceneggiatore – ricostruita con discreto equilibrio la sua vita in casa, il suo rapporto con la moglie Cleo (Diane Lane) e la figlia Niki (Elle Fanning), e notato con garbata ironia l’incontro in carcere con lo stesso giudice al quale Trumbo si era rifiutato di rispondere, ora condannato per evasione fiscale -, resta l’interessante problema del rapporto dialettico tra qualità creativa e istanza professionale, aspetto tipico del cinema in quanto produzione di senso nella macchina industriale. Tutt’altro che “ultima”, insomma, la parola di Dalton Trumbo.

Franco Pecori

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11 febbraio 2016