La complessità del senso
24 09 2017

Gone baby gone

film_gonebabygone.jpgGone baby gone
Ben Affleck, 2007
Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman, Ed Harris, John Ashton, Amy Ryan, Amy Madigan, Titus Welliver, Michael K. Williams, Mark Margolis, Matthew Maher, Madeline O’Brien, Slaine, Trudi  Goodman, Jay Giannone.

La morale cattolica di fronte al caso del rapimento di una bambina di 4 anni, la cui soluzione finisce per lasciare Patrick Kenzie (Casey Affleck, fratello di Ben, questa volta regista), trentunenne detective privato, scosso nel profondo della coscienza, dove risuona il principio che «uccidere è peccato». E a lui è capitato di uccidere, poco importa (o importa?) che la vittima corrispondesse all’abietta persona di un incorregibile pedofilo tossico. Ma non è tutto e non è nemmeno il centro della vicenda. Tratto dal romanzo omonimo di Dennis Lehane (lo stesso autore di Mystic River), il film arriva solo in seconda battuta all'”esecuzione” del “mostro” responsabile della morte di un bambino di 7 anni. Il filo principale resta la ricerca della bambina, Amanda (O’Brien), il cui rapimento è quantomeno misterioso e la cui “morte” non ha convinto fino in fondo neanche lo spettatore. Non trascurabili i connotati sociologici. Siamo a Dorchester, quartiere operaio di Boston. Le strade sono piene di insidie, i bar pullulano di gente per nulla raccomandabile. Frequenta quei locali anche Helene (Ryan), madre sventurata (droga e prostituzione) di Amanda. Mentre traffica per uno scanbio coca-dollari, la donna si ritrova senza la piccola («Non ho i soldi per l’asilo, non è facile fare la madre»). E la polizia sembra non riuscire a dipanare la matassa. Il quartiere pullula di cronisti, sale la tensione. Gli zii di Amanda chiedono aiuto a Patrick e alla sua collaboratrice Angie (Monaghan). I due si amano, la ragazza sarebbe del parere di non entrare nella vicenda. Ma Patrick, faccia “pulita”, forza interiore, conosce l’ambiente e pensa di poter essere utile. Ovvio, così sembra, il contrasto con la polizia. Ma dietro la maschera da vecchio esperto ostentata dal capitano Doyle, c’è tutta una storia. E quando tutto sembrerà risolto, il film si riattiva, come farebbe un aereo che “riattacchi” prima dell’impatto dopo una discesa disperata. Sarà prioprio sul secondo finale che il tema morale emergerà definitivamente. Patrick prenderà la sua decisione, provocatoria e paradossale, ma di certo propositiva per il classico dibattito a seguire (in America, scompaiono 2000 bambini ogni giorno). Dal punto di vista artistico, le soluzioni espressive risultano in più di un tratto, e specie nel finale, deboli rispetto alla drammaticità della storia. Sicché l’enunciato sociologico rischia di non prendere corpo. Non riveliamo la conclusione, ma diciamo che la figura del protagonista, per la responsabilità (eccessiva?) che decide di prendere su di sé, non sembra rappresentare la soluzione del problema, né del problema di Amanda, né della città degradata, né del resto del mondo.

Franco Pecori

Print Friendly

4 aprile 2008