La complessità del senso
22 11 2017

All’amore assente

film_allamoreassente.jpgAll’amore assente
Andrea Adriatico, 2007
Massimo Poggio, Francesca D’Aloja, Milena Vukotic, Tonino Valerii, Maurizio Patella, Filippo Plancher, Corso Salani, Eva Robin’s, Franco Vazzoler, Daniela Camboni, Francesca Mazza, Francesca Ballico, Luca Nunziata, Patrizia Bernardi.

“Lui lei e l’altro”? Troppo facile. Un fantasma si aggira per la scena, un fantasma scrittore, scrittore speciale, un ghost-writer al servizio di Massimo Arati, politico in campagna elettorale. Troppo facile. Tutti sanno ormai che ogni politico avido di successo utilizza la retorica nascosta di terzi, maestri o artigiani della parola nell’ombra, per trasmettere agli elettori, o meglio al pubblico, l’immagine più adeguata, più accattivante. Ma qui è diverso, poiché il fantasma decide di farsi veramente fantasma e di sparire anche da coloro che, in agenzia, vivono e lavorano con lui. Tutti cercano Andres Carrera, nessuno sa dove sia finito. Di sicuro ha lasciato un segno tangibile, la pancia di Iris (D’Aloja), la moglie incinta che dirige l’agenzia per cui Andres stesso lavora. O forse con la creatura a venire c’entra qualcosa Arati? Ci vuole una guida. Entra nel gioco l’investigatore (Poggio). Intanto piove. Portarsi l’ombrello, per la pioggia fitta e incessante e per l’alluvione di sensazioni metaforiche, alla ricerca spasmodica di identità. Identità? Troppo facile. Il detective si danna l’anima rischiando perfino un’inversione di senxo (senso+sesso), ma non cava un ragno dal buco (ci sia concessa l’immagine). Poi finalmente una copertina di libro, un nome scritto chiaro: Walt Whitman. Vuoi vedere che quel falso di Andres costruisce i suoi falsi discorsi con la vera poesia? Geniale. Non si sa da dove prenderla, da sinistra o da destra. Certo è che l’immagine del fantasma venuto in Europa e in Italia dall’America, rischia di sciogliersi proprio nella minestra riscaldata dei discorsi elettorali attinti alla poesia del “padre della democrazia americana”. Andare a votare diventa un problema sempre più grosso. Ma forse non era questo che il regista voleva dire. Diciamo che, la catena degli interpretanti essendo infinita (Peirce, ci si permetta la citazione), siamo nella condizione di destreggiarci tra plurisenso ed equivoco, in compagnia degli attori, consapevoli della situazione, tra teatro e cinema, letteratura e sogno. Al suo secondo lungometraggio, Adriatico tenta la fuoriuscita dal circuito dei festival (Il vento, di sera, del 2004, è passato da Berlino a una ventina di rassegne, in Europa, in Sudamerica, in Australia) verso le sale del pubblico pagante, cominciando da Bologna, la città in cui vive.

Franco Pecori

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4 aprile 2008