La complessità del senso
26 09 2017

Carol

film_carolitCarol
Regia Todd Haynes, 2015
Sceneggiatura Phyllis Nagy
Fotografia Edward Lachman
Attori Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Lacy, Sarah Paulson, Cory Michael Smith, Carrie Brownstein, John Magaro, Kevin Crowley, Trent Rowland, Nik Pajic, Michael Haney, Ann Reskin, Jeremy Parker, Sadie Heim, Kennedy Heim, Amy Warner.
Premi Cannes 2015: Rooney Mara atr.

Vivere nell’America degli anni ’50: è il principale risultato del lavoro di Todd Haynes, nella storia che racconta, nei sentimenti che suscita, nell’estetica (sensazione nel senso greco di risultato della traduzione della percezione in linguaggio) che mette in gioco. Lasciamo ai lettori il romanzo di Patricia Highsmith, qui siamo al cinema. Subito ci sentiamo trasferiti  – e si rafforza, in ampiezza e profondità, il senso metaforico del geniale titolo di Sofia Coppola, Lost in Translation, del 2003 – nella New York della metà del secolo scorso. Le scarpe, i cappotti, i passi, gli sguardi, le vetrine, le gomme delle auto, il muso dei motori silenziosi, la piega dei capelli, la ricchezza dei banchi nel supermercato, le pellicce, il rossetto, i cappelli, la luce del giorno impastata nell’aria stessa a ignorare la presenza del set, non per tradirla bensì per realizzarla, uniformandola allo spirito del racconto. Veniamo sollecitati, soccorsi, introdotti a muoverci in quello spazio, fra quella gente, il film non ce lo impone, ce lo suggerisce senza esibizionismo, in modo che ci accorgiamo delle differenze tra le proiezioni di luce e tra i tagli di montaggio ai quali siamo oggi abituati (nel miscuglio cine-televisivo delle falsità “dirette”) e quel mondo lontano e omogeneo al cinema di allora, allora “fantastico”. Insomma il Verosimile Filmico si realizza stavolta intromettendosi in un contesto generale di produzioni protese nella rincorsa ipocrita al Rispecchiamento “realistico” (perfino nella commedia/cazzeggio!), frutto anche di malafede o almeno di confusione moralistica ma soprattutto di incapacità teoretica a cogliere la Differenza dell’obbiettivo (cinematografico). Sicché la storia – sarebbe storiellina in un’altra contestualità espressiva – dell’incontro di due donne in un grande magazzino a Manhattan, prende la forma di una profonda attrazione, ben al di là di una tematica di omosessualità ormai troppo spesso soltanto indicata, “fotografata” più che esteticamente proposta nei mass media attuali, cinema compreso. Due donne è ancora troppo poco: sono Carol e Therese. E ancora: sono Cate Blanchett e Rooney Mara. E sono Carol/Cate e Therese/Rooney, non in teoria, non nella lista del casting, bensì in quel miracolo semiologico (le altre pertinenze aggiungetele voi) che interviene (oh sì, raramente) a tradurre in realtà del set la traccia narrativa del copione. La chiamano anche eccellente recitazione. Tutto questo funziona e non possiamo aspettarci che la scintilla tra una signora come Carol, in pelliccia, moglie fredda di un banchiere ricco (Harge/Kyle Chandler) e madre di una bambina, e Therese, commessa ventenne inesperta di sentimenti – Richard, il suo fidanzatino (Jake Lacy) fa tenerezza -, possa trovare accoglienza nel sistema di regole fisse che governano la vita dell’epoca. Nel 2002 fu Lontano dal paradiso, ora Carol Aird ha preso il posto di Cathy Whitaker (Julianne Moore) e se cambia la forma, la sostanza è la medesima, proprio grazie alle ambientazioni organiche all’intento espressivo e alle perfette interpretazioni femminili. Da quel paradiso è difficilissimo uscire, si direbbe impossibile se non a condizione di averne prima compresa l’essenza. L’intesa di Carol con Abby (Sarah Paulson), amica e più che amica fin dall’infanzia, la dice lunga sulle radici non superficiali della storia. Usciti dalla proiezione, ci si guarda attorno cercando differenze. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

 

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5 gennaio 2016