La complessità del senso
22 09 2017

Colpo d’occhio

film_colpodocchio.jpgColpo d’occhio
Sergio Rubini, 2008
Sergio Rubini, Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Richard Sammell, Paola Barale, Emanuele Salce, Giancarlo Ratti, Giorgio Colangeli, Alexandra Prusa, Flavio Parenti.

Insignificanza dell’arte, sua inconsistenza. Questa è l’arte minuscola. L’arte è un’altra cosa, digerisce la vicenda umana, se ne fa nutrimento, scrive o traccia la storia dello sguardo, dell’intuizione, della “conoscenza” espressiva. La “traduzione” discorsiva in altro linguaggio dell’oggetto di autentico valore artistico è difficile al massimo grado: nell’interscambio con l’interpretante, le probabilità di riduzione o degrado del senso sono altissime, e proprio in ciò consiste la qualità del rapporto espressivo. Diciamo rapporto perché l’oggetto in sé non esiste. Parliamo di arte in quanto Rubini ne fa sostanza del contenuto, con l’intento – dichiara – di suscitare nello spettatore il desiderio di scoprire nel film «diversi livelli» rispetto ad una prima lettura, di genere (thriller/noir). E invece, accade proprio il contrario. Lo spettatore viene “invitato” a cambiare registro interpretativo soltanto a “colpo d’occhio” assuefatto – per così dire – alle tematiche dell’arte e di quanto sta attorno – nella fattispecie, Adrian/Scamarcio è uno scultore che dalla provincia approda a Roma in cerca di affermazione e deve fare i conti con critici, galleristi, organizzatori culturali e animali da intrigo salottiero. Il genere noir sbuca come un intruso a sorpresa, invadendo senza discrezione il campo psico-estetico. Tanto improvvisa è la sterzata che l’indagine finale sul responsabile del delitto (sì, c’è un cadavere a terra) è aperta e chiusa in un lampo – e non basta la maschera di Colangeli poliziotto anziano a dare profondità. Il modo sbrigativo in cui si risolve la questione, che pure pesava sin dall’inizio sulla bilancia del contenuto, ossia di quanto i conflitti soggettivi possano o non possano influire sulla produzione di forme artistiche, abbassa il livello del discorso ad uno “sputtanante” psicodramma tra il critico (Rubini) mitomane e “imperialista”, lo scultore sofferente per mancanza di “fisico del ruolo” (e in fondo di vocazione) e la giovane intelletuale (Puccini) che per il nuovo arrivato lascia il critico, suo ex tutore-amante, salvo poi a ritrovarselo ancora nella propria vita, intromesso e vendicativo. Tutto viene spiegato a puntino, nessun equivoco. Sicché le possibili metafore sull’arte contemporanea si sciolgono in un lago di semplicità disarmante. Ciò non toglie che gli attori siano bravi, specialmente Puccini, la più credibile. Rubini, tecnicamente evoluto, insiste un po’ troppo nella retorica del furbo cattivo. Scamarcio è lodevole nello sforzo di tirarsi fuori dal ruolo di divo “giovane” e merita di essere incoraggiato.

Franco Pecori

 

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di Francesco Gatti per Rainews24

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20 marzo 2008