La complessità del senso
20 11 2017

Un posto sicuro

film_unpostosicuroUn posto sicuro
Regia Francesco Ghiaccio, 2015
Sceneggiatura Francesco Ghiaccio, Marco d’Amore
Fotografia Guido Michelotti
Attori Marco d’Amore, Giorgio Colangiti, Matilde Gioli

Savianesco: non solo perché il metodo dell’approccio alla realtà dei fatti somigli a quello che nel 2008, partendo dal libro di Roberto Saviano, ha dato vita a Gomorra di Matteo Garrone, ma perché il protagonista di questa opera prima di Francesco Ghiaccio è impersonato da Marco d’Amore, il medesimo attore della serie televisiva (2014) che, in quanto serie, traccia e conferma il senso ripetitivo e  la ridondanza del contenuto basico in un giro paradossale che ora porta all’attenuazione del senso primario e agevola il trasferimento formale verso una sfida a prevalenza estetica. Il torinese Ghiaccio, diplomato in drammaturgia presso la Scuola Paolo Grassi di Milano, ha fondato con Marco d’Amore La piccola società, per la produzione cinematografica e teatrale. Suoi testi per il teatro sono stati rappresentati nei più importanti festival e teatri nazionali. Di famiglia torinese trasferitasi nel Monferrato quando Francesco era ancora bambino, il futuro regista ha potuto rendersi conto dell’importanza del tema “amianto/Eternit” soltanto molti anni dopo la chiusura della fabbrica (1986) per il semplice motivo che «fino all’inizio del processo – racconta lo stesso Ghiaccio – non si sapeva nulla di ciò che stava accadendo». Presa coscienza della tragica vicenda – rinvio a giudizio nel 2009 e condanna nel 2012 a 16 anni di reclusione per Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, responsabili delle morti dei loro dipendenti per mesotelioma, condanna aumentata a 18 anni nel 2013 e poi annullata nel 2014 dalla Cassazione per prescrizione del reato di disastro ambientale doloso permanente e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche – Francesco Ghiaccio ha perseguito l’idea di un film, il primo sui danni letali dell’amianto e della Eternit. Facendo tesoro delle testimonianze e dei racconti raccolti sul territorio, gli autori hanno pensato alla drammatizzazione attraverso una storia verosimile, che desse al racconto la spinta verso esiti narrativi anche “interiori”. Luca (Marco d’Amore, Una vita tranquilla 2010, e Alaska 2015) è un giovane autore/attore di teatro, preferisce fare una vita da animatore di feste piuttosto che piegarsi alle leggi dello spettacolo tradizionale e da sempre è in contrasto col padre, Edoardo (Giorgio Colangeli), ex operaio della Eternit. Vedovo, di carattere forte, l’uomo scopre di avere contratto il terribile tumore durante gli anni di lavoro in fabbrica e di non avere più molto da vivere, ma non si piega a una riappacificazione col figlio. E però, per via emozionale, tutto può cambiare. Luca, proprio mentre trova un momento felice con Raffaella (Matilde Gioli, Il capitale umano 2014, Belli di papà 2015), ragazza sensibile verso la sua speciale creatività, è colpito dalla sofferenza del padre e riavvicinandosi a lui viene anche a conoscenza della drammatica realtà che ha coinvolto l’intero ambiente in cui è cresciuto. Così, prende corpo anche un progetto di spettacolo teatrale d’avanguardia che il giovane ha in mente e che ora Edoardo sarà perfino disposto a finanziare. Ad apertura di sipario, il protagonista darà corpo alla storia triste dell’Eternit inventando una rappresentazione scenica che ormai gli viene dal proprio interno di uomo consapevole di una realtà da denunciare in forma non più soltanto documentaria. Poi, dagli intenti progettuali all’esito espressivo del film, resta una distanza alquanto netta. La regia soffre di una confusione non risolta tra i due piani, narrativo ed espressivo, lasciando più di una volta trasparire la linea intenzionale proprio laddove la narrazione richiederebbe di “nascondere” la propria origine documentaria. Ed è qui che l’estetica tende a occupare la scena con trasparente disavanzo.

Franco Pecori

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3 dicembre 2015