La complessità del senso
22 11 2017

Bergamo FimMeeting

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Aperto all’Europa e al mondo, al dialogo interculturale, alla riflessione sulle grandi questioni della modernità, al confronto vivo e non nostalgico con la memoria storica, il Meeting vuole continuare a essere un’occasione di incontro per tutti coloro che amano il cinema, che lo studiano, che vi lavorano, che sono impegnati altrove in iniziative culturali di conoscenza e approfondimento. Negli ultimi anni si sono rivisti molti giovani, alto è il coinvolgimento dell’Università, non solo quella cittadina: all’interno della struttura stanno crescendo professionalmente soggetti che hanno deciso di lavorare perché il patrimonio accumulato rimanga vivo e sia occasione di nuove e appassionanti sfide. È con questo spirito che abbiamo costruito l’edizione 2008.


La retrospettiva è dedicata a René Clair, un regista che è da riscoprire, uno dei grandi maestri del cinema d’Oltralpe. Messo forse troppo affrettatamente tra gli esponenti di quel “cinema di papà” così osteggiato dalla Nouvelle Vague, poi rivalutato da registi come Truffaut, Clair va assolutamente rivisto. Il suo cinema, che si muove tra dramma e commedia, è fatto di un forte senso della messa in scena, di una consapevolezza rara di quello che il grande schermo è in grado di rappresentare, soprattutto attraverso le sue affinità con i meccanismi del sogno e dell’immaginazione. 

 

MOSTRA CONCORSO

La sezione principale del festival, da 25 anni luogo ideale per la scoperta e il lancio di nuovi autori,  propone quest’anno 8 film di recente produzione, inediti per gli schermi italiani. Opere prime o seconde che competono per la Rosa Camuna d’oro, d’argento e di bronzo, assegnata dal pubblico di Bergamo Film Meeting.  

Una piccola storia – A Short Tale di Stefano Chiantini (Italia, 2007, 90’)                        

Con: Ivan Fran?k, Andrea Osvart, Thomas Trabacchi, Alessandro Tiberi. Gianluca, Federico e Alessandro sono tre scalatori. Mettono in sicurezza le pareti rocciose. Un lavoro duro e pericoloso, svolto in luoghi inaccessibili, fuori dal mondo. Una sera arriva una chiamata d’emergenza: sopra un paesino abruzzese incombe una frana. Una missione inaspettata, un improvviso cambiamento. La frana forse non c’è, ma qualcosa di più inafferrabile li travolgerà comunque. Un’analisi del mondo del lavoro e della profondità delle memorie individuali.   

Senza fine – Neverending di Roberto Cuzzillo (Italia, 2008, 75’)                                    

Con: Cristina Serafini, Irene Ivaldi, Lalli, Margherita Fumero, Simona Nasi. Giulia e Chiara si amano. Dopo tanti anni passati insieme, decidono di allargare la propria famiglia concependo un figlio con l’inseminazione artificiale. Tanti ostacoli, tanta emozione, tanta felicità… soprattutto, tutto è vissuto insieme, in complice condivisione. Ma qualcosa non procede come era nei loro piani. Una malattia si insinua minacciosa nei loro progetti. Un film sull’amore e sul desiderio di avere figli, sulle necessarie paure e le inevitabili bugie che intessono i rapporti umani. 

Kratki Stiki – Short CircuitsCortocircuiti di Janez Lapajne (Slovenia, 2006, 105’)  

Con: Tjasa Zeleznik, Grega Zorc, Jernej Sugman, Sebastijan Cavazza. Un solitario autista di autobus trova un neonato abbandonato per strada e decide di rintracciarne da solo la madre. Una dottoressa tenta in tutti i modi di infrangere il muro di diffidenza di un malato paraplegico. Un padre cerca di salvare la vita al figlio feritosi accidentalmente con un fucile. Le tre storie si specchiano le une nelle altre in un ruvido paesaggio urbano. Un attento intreccio di angosce e speranze, di cortocircuiti emotivi e malintesi rivelatori. 

Goodnight Irene – Buonanotte Irene di Paolo Marinou-Blanco (Portogallo, 2007, 100’)      

Con: Robert Pugh, Nuno Lopes, Rita Loureiro, Amadeu Caronho, Virgilio Gança. Lisbona. Portogallo. Oggi. Le vite di Alex e Bruno non sembrano decollare. Il primo, un fallito e misantropo attore inglese, passa i giorni doppiando pessimi video vacanzieri e bevendo whisky. Bruno, giovane fabbro, asseconda le sue ossessioni infilandosi nelle case altrui per “registrare” le vite dei legittimi proprietari. Incontrano Irene, se ne innamorano. Lei sparisce. Iniziano a cercarla; trovano l’amicizia. Un duplice, picaresco, intergenerazionale romanzo di formazione.  

Tajnosti – Little Girl BlueSegreti di Alice Nellis (Repubblica Ceca, 2007, 93’)                 

Con: Iva Bittová, Ivan Fran?k, Martha Issová, Miloslav König, Karel Roden. Julie, una giovane traduttrice, è una donna fortunata. La sua vita sembra ricalcare alla perfezione il cliché della famiglia affiatata e felice. Un marito di successo, una figlia adolescente e una nuova casa. Un giorno scopre che Nina Simone, la sua cantante preferita, è morta. L’idillio finisce. Decide di comprare un pianoforte e la sua vita è stravolta: una gravidanza inaspettata, un marito che la tradisce, la doppia vita della figlia, una nuova passione amorosa. Una commedia sull’imperscrutabilità delle svolte quotidiane. 

Miehen työ – Un lavoro da uomo di Aleksi Salmenperä (Finlandia, 2007, 100’)                 

Con: Tommi Korpela, Maria Heiskanen, Jani Volanen, Konsta Pylkkönen. Padre di tre figli, Juha è un attento e premuroso marito che si prende cura della moglie depressa. Un giorno viene licenziato, senza preavviso. Trovare un altro lavoro è difficile. I soldi iniziano a scarseggiare e dire tutto alla famiglia è doloroso. Una donna, un giorno, gli propone di aiutarla a rilassarsi… lo pagherà molto bene. Che abbia trovato un nuovo, remunerativo, lavoro? I dubbi morali e il bisogno di riconoscimento; l’ansia per uno status sociale da raggiungere e i desideri da realizzare.  

Przebacz – Facing UpPerdono di Marek Stacharski (Polonia, 2006, 89’)                       

Con: Bartosz Turzynski, Aleksandra Niespielak, Marta Malikowska. La vita di Stan è divisa in due: di giorno lavora come meccanico in un’autorimessa; la notte si unisce alla sua gang di strada e gira per la città. Espedienti, piccoli furti… anche una violenza di gruppo su una ragazza. Un giorno Stan ha bisogno di cure, all’ospedale lo accoglie un’infermiera: è la sua vittima. Lei non lo denuncia. La possibilità del perdono crea le condizioni per un rapporto autentico. Un acuto sguardo sul degrado delle relazioni e sulla possibilità di riscatto. 

Früher oder später – Prima o poi di Ulrike von Ribbeck (Germania, 2007, 91’)                           

Con: Lola Klamroth, Peter Lohmeyer, Beata Lehmann, Katharina Heyer. Nora, quattordici anni, vive con la propria famiglia in un tranquillo quartiere residenziale. È romantica, introversa e sogna il vero amore. Anette e Uwe, i genitori, sono assorbiti dalla lotta quotidiana con il mondo reale. Un giorno arriva un nuovo vicino. È Thomas, l’ex della madre, bello e affascinante. Nora se ne invaghisce immediatamente. Il padre, oscurato dalla sua presenza, non lo sopporta. Gli equilibri “emozionali” iniziano a vacillare… Un intenso e lucido ritratto di famiglia. 

VISTI DA VICINO

Film documentari che descrivono e interpretano situazioni sociali, alle quali l’autore si accosta in un rapporto creativo di interrogazione e rappresentazione. La realtà è un serbatoio inesauribile di narrazioni, ma la loro “registrazione” passa attraverso il filtro soggettivo delle intenzionalità e dei processi interpretativi. La videocamera e l’occhio che la indirizza sono strumenti attivi di indagine e di scoperta. Dal confronto con il visibile nasce il film come raccolta di eventi, voci, strategie di vita, ambienti, paesaggi sociali e umani, sentimenti e diversità. La sezione presenta 14 film, provenienti da tutto il mondo, che affrontano i temi più svariati, spaziando da esperienze individuali a fatti più generali. A inaugurare la rassegna, domenica 9 marzo in seconda serata, è il documentario Joy Division di Grant Gee, anteprima italiana. 

Senza perdere la tenerezzadi Francesca Balbo (Italia, 2007, 19’)

Sergio è un pescatore, è veneziano e ha sempre vissuto di pesca nella laguna, come il padre e il nonno. Da anni possiede un capanno sull’isola della Giudecca. È un luogo surreale, sospeso tra la quotidianità del quartiere e il Giappone, luogo mitico della sua giovinezza. Accanto c’è l’Hotel Hilton. La convivenza non è facile. 

Gli anni Falck

di Giusi Castelli e Francesco Gatti (Italia, 2007, 38’)

Gli anni d’oro delle industrie Falck visti dall’ing. Riccardo Lampugnani e dai suoi diari: sono film girati in Super8 dove i momenti privati e familiari si alternano a quelli ufficiali che segnano l’ascesa della più storica industria metallurgica del nostro Paese. Pochi anni prima che le Falck divenissero un grandioso esempio di archeologia industriale.  

Humoresca Humoresque di Diana Deleanu (Romania, 2007, 16’)                                                                      

Lo Zeitgeist della Romania degli ultimi cento anni visto attraverso gli occhi della novantaquattrenne Maria. Prima di sei figli, ha munto vacche per trent’anni in una fattoria collettiva, ha incontrato un uomo e non l’ha più lasciato. Ora, insieme, riposano sulla soglia della loro casa. Le armonie di Dvorak tessono le fila della narrazione. 

Querida Mara, cartas de un viaje por la Patagonia – Cara Mara, lettere da un viaggio in Patagonia di Carlos Alejandro Echeverría (Argentina, Olanda, 2007, 90’)                                                          

Un autobus carico di tosatori di pecore indios discende la Patagonia. Si ferma in tutte le fattorie che incontra lungo il suo percorso. Un viaggio lungo sei mesi. Con loro l’occhio estraneo della telecamera. L’insolito passeggero registra e racconta tutto ciò che vede, sente e impara.  

Joy Division di Grant Gee (Gran Bretagna/Usa, 2007, 94’)                                                             

Nel 1976 quattro ragazzi provenienti dalla decadente e post-industriale Manchester vanno a vedere i Sex Pistols. Formano un gruppo, i Joy Division. Tre anni dopo sarà già una questione di arte, vita e morte. La storia della band e della loro città attraverso un avvincente montaggio di live performance inedite, foto personali, filmati d’epoca e registrazioni audio recentemente ritrovate. I Joy Division raccontati da se stessi, ma anche da Tony Wilson, Peter Saville, Anton Corbijn, Annik Honoré e altri ancora. 

Lakshmi and me Lakshmi ed io di Nishtha Jain (India/Usa/Danimarca/Finlandia, 2007, 59’                                                          

Una relazione vissuta in bilico, sulle frontiere di casta e di classe. Quelle che separano la regista e la sua giovane domestica, Lakshmi. La telecamera segue Lakshimi nel lavoro, mentre pulisce le case altrui, nelle difficoltà quotidiane, nella malattia, nella maternità. C’è spazio per un’amicizia autentica? Guns in the Afternoon: The Life and Times of Kidco and Tribel 4 Life Pistole nel pomeriggio: la vita e i giorni di Kidco e della Tribel 4 Life

di Howard Johnson (Gran Bretagna, 2008, 53’)                                                                                 

La storia di Kieron Bernard, alias Kidco. Cresciuto nei sobborghi di West London, fonte ispiratrice della gang di rapper Tribel 4 Life, vedeva nella musica la strada per un riscatto dalla povertà, sua e della sua famiglia. Venne ucciso a 25 anni, la settimana in cui avrebbe dovuto firmare il suo primo contratto discografico. 

Le jardin de Jad Il giardino di Jad di Georgi Lazarevski (Francia, 2007, 60’)                                                                     

Gerusalemme Est. Continua la roboante costruzione del muro, anche a pochi passi da una casa per anziani. Nel giardino di “Nostra Signora della Sofferenza” le manifestazioni politiche si intersecano con le rivendicazioni di libertà perdute, storie di vita, i piccoli piaceri quotidiani come una sigaretta fumata nel silenzio di una passeggiata. 

I erastes tis Axou Gli amanti di Axos di Nicos Ligouris (Grecia/Germania, 2007, 81’)                                                              

In un piccolo villaggio sperduto sulle montagne cretesi, la sessantanovenne Maria lavora veloce al telaio. Jorgos, il marito settantatreenne, sta a guardarla, incantato, tutto il giorno. Ne è così affascinato che invita i passanti stranieri a entrare nel laboratorio per poterla ammirare. Una malattia è in agguato; come sarà del loro amore? 

Problemat s komarite i drugi istorii Il problema delle zanzare e altre storie
di Andrey Paounov (Bulgaria, 2007, 100’)

Un piccolo villaggio fluviale attende elettrizzato la costruzione di un’enorme centrale nucleare. Capitali stranieri, nuovi posti di lavoro e un futuro migliore. Ma il passato si fa sentire: un’isola nasconde storie di crimini terribili di cui nessuno vuole più parlare. Intanto, le zanzare incombono fameliche.   

Hafner’s Paradise – Il paradiso di Hafner di Günter Schwaiger (Austria/Spagna 2007, 74’)                                                         

Un vecchio nazista, il suo buon ritiro spagnolo, la banalità del male. Paul Maria Hafner, SS –Obersturmbannführer, vive da più di 50 anni in Spagna; ha brevettato una macchina per lo yogurt, alleva maiali di fiera razza germanica e passa le sue giornate attorniato da amici di estrema destra a fantasticare sulle gioie di un futuro Quarto Reich. 

Der Aussichtsturm des Ornithologen La torre degli uccelli di Georg Paul Tiller (Austria, 2007, 15’)                                                                     

L’orizzonte nel Mare del Nord è punteggiato dalle enormi pale eoliche di una centrale energetica. Gli operai manutentori ogni mattina vanno al lavoro. Per la battigia si aggira un microfonista a caccia del canto degli uccelli marini, gli stessi che qualcun altro imbalsama.  

Szemünk fénye La mela dei nostri occhi di Ágota Varga (Ungheria, 2007, 57’)                                                                        

Kati e Gy?z? sono due persone “normali”, ma la loro situazione particolare non lo è. Entrambi sono ciechi e hanno un figlio. Ferike, un bambino di due anni, è sano e ci vede benissimo. Sin dalla nascita, la troupe ha passato intere settimane con lui e la sua famiglia… la telecamera registrava.  

City of Cranes – La città delle grudi Eva Weber (Gran Bretagna, 2007, 14’)                                                                  

Andando in giro per Londra difficilmente si alzano gli occhi al cielo. Ma a volte ci si dimentica che gli occhi del cielo al contrario sono sempre rivolti verso il basso. Come dal punto di vista delle tantissime gru che scrutano la città dall’alto, e dei loro gruisti, costantemente separati da un mondo che ogni giorno contribuiscono a ricostruire.  

RENÉ CLAIR. IL PERIODO SONORO

Scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore, regista, sperimentatore, frequentatore delle avanguardie dadaista e surrealista, accademico di Francia, il René Clair sonoro merita un doveroso omaggio dopo la “devalutazione” degli anni post-Nouvelle Vague. Se non altro per riscoprirne la lievità del tocco, la maestria del racconto, l’affetto per i personaggi, il tono ora scanzonato, ora amarognolo. Nato a Parigi, nel quartiere delle Halles, l’11 novembre del 1898, da una famiglia benestante di produttori di forniture per alberghi, René-Lucien Chomette (questo il suo vero nome), fin dai tempi del liceo dimostra uno spiccato interesse per la poesia, diventando amico del futuro scrittore dadaista Jacques Rigaut. Critico di cinema per la rivista Théâtre et Comoedia illustré, comincia ad accostarsi al cinema. Nel 1922 stende la sua prima sceneggiatura, Le rayon diabolique, che dirigerà l’anno dopo col titolo Paris qui dort; quindi, su richiesta di Francis Picabia, realizza un breve intermezzo filmato per lo spettacolo di danza Relâche. Musicato da Erik Satie, assume il semplicissimo titolo di Entr’acte che, fin dalla sua prima proiezione, procura la notorietà a Clair. I film a venire sono un curioso mélange di realismo fantastico, pochade, musica e istanze sociali. Sous les toit de Paris (Sotto i tetti di Parigi, 1930) è il suo primo successo internazionale, seguito da Le Million (Il milione, 1931) e Quatorze juillet (Per le vie di Parigi). In questi film Clair propone una visione della vita e della società non tanto di tipo socialista, ma più vicina a una sorta di anti-capitalismo costruttivo o a un anarchismo alla Fourier. Dopo una parentesi britannica (per la gustosissima commedia fantastica The Ghost Goes West, Il fantasma galante, 1934, sceneggiata con Robert Sherwood), Clair si trova a lavorare a Hollywood. Qui riesce, nonostante il rigido sistema degli studios, a ritagliarsi la necessaria autonomia e, con la complicità di sceneggiatori come Norman Krasna, Robert Pirosh e Dudley Nichols, a licenziare film che aggiungono nuove sfaccettature al lato “fantastico” della sua Opera: The Flame of New Orleans (L’ammaliatrice, 1940), I Married a Witch (Ho sposato una strega, 1942), It Happened Tomorrow (Accadde domani, 1943), And Then There Were None (Dieci piccoli indiani, 1945): dal romanzo di Agatha Christie. Il ritorno in Francia segna l’arrivo di una nuova primavera. Nel 1949, con La beauté du Diable (La bellezza del Diavolo), Clair rivisita il mito di Faust, sdoppiandolo nei ruoli interpretati da Gérard Philippe e Michel Simon. Tre anni dopo, affronta di petto il tema sogno-realtà con l’onirico Les belles-de-nuit  (Le belle della notte, 1952); Les grande manoeuvres (Le grandi manovre, 1955) è una commedia sofisticata, Porte des Lillas (Il quartiere dei Lillà, 1957) è un ritorno alle ambientazioni dei film anni ’20-‘30, ai quartieri parigini e ai temi popolari.Dopo la nomina ad accademico di Francia, passa gli ultimi anni diviso fra regie teatrali e impegni istituzionali (facendo interessare, fra le altre cose, l’Académie all’arte del fumetto). Muore a Parigi nel 1985.In collaborazione con British Film Institute di Londra, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Fondazione Cineteca Italiana. La copia di Vogliamo la celebrità è un restauro originale da positivo nitrato realizzato da Fondazione Cineteca Italiana in collaborazione con BFM. I film: Entr’acte – Intermezzo (Francia, 1924, 22′) con accompagnamento musicale dal vivoPrix de beauté Miss Europa di Augusto Genina, sceneggiatura di René Clair (Francia, 1930, 93′)Sous les toits de Paris – Sotto i tetti di Parigi (Francia, 1930, 96′)À nous la liberté – A me la libertà (Francia, 1931, 83′)Le million – Il milione (Francia, 1931, 83′)Quatorze Juillet – Per le vie di Parigi (Francia, 1933, 86′)Le dernier milliardaire – L’ultimo miliardario (Francia, 1934, 92′)The Ghost Goes West – Il fantasma galante (Gran Bretagna, 1935, 95′)The Flame of New Orleans – L’ammaliatrice (Usa, 1941, 78’)I Married a Witch – Ho sposato una strega (Usa, 1942, 77′)Forever and a Day – Per sempre e un giorno ancora, (Usa, 1943, 104′)It Happened Tomorrow – Accadde domani (Usa, 1944, 85′)And Then There Were None – Dieci piccoli indiani (Usa, 1945, 97′)Le silence est d’or – Il silenzio è d’oro (Francia/Usa, 1947, 99′)La beauté du diable – La bellezza del diavolo (Francia/Italia, 1950, 96′)Les belles de nuit – Le belle della notte (Francia/Italia, 1952, 87′)Les grandes manoeuvres – Grandi manovre (Francia/Italia, 1955, 106′)Porte des Lilas – Il quartiere dei lillà (Francia/Italia, 1957, 95′)Tout l’or du monde – Tutto l’oro del mondo (Francia/Italia, 1961, 90′) 

Evento speciale – domenica 9 marzo, ore 18.30, Auditorium di Piazza Libertà

Vive le Coq! A’ bas l’Arlequin!

Cinema e musica nella Parigi degli anni ‘20

Musiche di E. Satie, F. Poulenc, D. Milhaud.  Duo pianistico: Barbara Rizzi, Antonio Nimis

Proiezione del film Entr’acte di René Clair con esecuzione della nuova versione per pianoforte a quattro mani, a cura di Guy Campion, della partitura Cinéma di Erik Satie, ricostituita a partire dai manoscritti originali del compositore e sincronizzata per la prima volta con il film per il quale quest’opera era stata composta nel 1924.         Un esperimento di 22 minuti che venne proiettato per la prima volta come “intermezzo” (entr’acte) per il balletto Relâche messo in scena dalla compagnia dei Balletti Svedesi di Rolf De Maré per il Théatre des Champ Elysées. Una serie di sequenze nelle quali le immagini non si connettono tra loro secondo il principio della logica narrativa, ma creano assonanze e dissonanze “istantanee”, secondo quella logica cara al dadaismo che voleva riprodurre il principio logico del sogno. Il valore dell’immagine è fine a se stesso, staccato da ogni contesto rappresentativo. Una ballerina barbuta, una partita a scacchi interrotta da un getto d’acqua, il personaggio di un cacciatore del Tirolo eliminato dal suo inventore, il funerale di quest’ultimo in un carro trainato da un cammello ripreso prima al rallenty poi accelerato. Il film è il manifesto cinematografico del dadaismo. Il contesto è quello della scomposizione: erano gli anni degli esperimenti di Joyce e di Strawinski. I nomi del “cast” sono a questo proposito significativi: grandi artisti dell’avanguardia di allora, come i “pittori” Picabia (che firmò anche la sceneggiatura), Duchamp e Man Ray, e il compositore Erik Satie. Per l’occasione Erik Satie, componendo Cinéma (questo il titolo della partitura scritta appositamente per accompagnare le immagini) si pose completamente al servizio del film; come ha riferito Clair: «Il vecchio maestro della giovane musica prendeva i tempi di ciascuna sequenza con cura meticolosa e preparava in tal modo la prima composizione musicale scritta per il cinema “immagine per immagine” in un periodo in cui il cinema era ancora muto». Precursore dei tempi, con Cinéma Satie crea la prima “partitura cinematografica”: questa musica secondo Georges Auric «ha segnato una data nella storia della musica nel cinema». Barbara Rizzi e Antonio Nimis, dopo un comune studio nella classe di perfezionamento del concertista argentino Daniel Rivera, costituiscono un duo pianistico nel 1994; frequentano corsi di perfezionamento tenuti da Sergio Fiorentino e Konstantin Bogino – direttori atistici dell’Associazione Musicale Tarcentina – hanno ideato e curano tuttora un Laboratorio Internazionale di Musica da Camera, la prima edizione del quale (2002-2005) è stata dedicata alla musica di Satie e delle Avanguardie francesi del primo ‘900. 

JULIO MEDEM

A cominciare dal suo primo lungometraggio, Vacas (1992), Julio Medem si è presentato come cineasta ricco di talento e originale, difficilmente classificabile sia per quanto riguarda i soggetti trattati che per le modalità della messa in scena. Medem nasce a San Sebastian nel 1958. Il fascino del fare cinema lo conquista già negli anni dell’adolescenza, complice il super8 di famiglia. Se il suo primo cortometraggio, Fideos, è del 1979, soltanto dopo la laurea in medicina Medem inizia a inserirsi nell’ambiente cinematografico, intraprendendo l’attività di critico. Dopo aver realizzato alcuni cortometraggi,  propone a eventuali produttori la sceneggiatura di Vacas, ottenendo dapprima soltanto rifiuti ma poi, inaspettatamente, i finanziamenti necessari alla sua realizzazione. Da quel momento la sua carriera è proseguita, riscuotendo una meritata attenzione, nella fedeltà costante a un percorso personale di ricerca che non si è mai curato di accondiscendere alle richieste del mercato né alle più facili modalità di genere. Una cosa risulta evidente dalla visione dei suoi film, sia quelli citati che i successivi Tierra (1996), Los amantes del Circulo Polar (1998), Lucía y el sexo (2001), Caotica Ana (2007): Medem è modello a se stesso, seppure ovviamente sono riscontrabili nei suoi film anche le tracce del grande cinema che lo ha preceduto e di cui non poteva evitare di nutrirsi. Il regista bascoè interessato da sempre all’esplorazione del labirinto misterioso in cui si muovono i sentimenti, le passioni e la coscienza degli individui: la mente umana, i suoi fantasmi, i suoi desideri, i suoi conflitti. Quadro di riferimento in cui un sapiente lavoro di regia elabora narrazioni dalle complesse strutture spazio-temporali. L’attenzione per la Storia, che peraltro emerge anche nei suoi film di fiction, ha dato origine, inoltre, a un documentario dedicato alla regione basca (origine di numerose polemiche, che hanno costretto Medem a un’“autodifesa”), concepito come un dibattito a più voci, appartenenti al mondo della cultura e della politica: La pelota vasca (2003).  Dei suoi sei lungometraggi sono stati distribuiti in Italia Gli amanti del Circolo Polare e Lucia y el sexo.La personale comprende i 7 lungometraggi realizzati da Julio Medem e 3 dei suoi cortometraggi, da lui selezionati.In collaborazione con Alicia Produce S.L. di Madrid, Sogecine & Sogepaq di Madrid, Ministerio de Cultura di Madrid, Filmoteca Vasca di Donostia-San Sebastian. 

I film: Las seis en punta (Spagna, 1987, 16’)Vacas (Spagna, 1992, 96’)La ardilla roja (Spagna, 1993, 114’)Tierra (Spagna, 1996, 125’)Los amantes del Círculo Polar – Gli amanti del circolo polare (Spagna/Francia, 1998, 112’)Lucía y el sexo – id. (Spagna/Francia, 2001, 128’)Clecla (Spagna, 2001, 3’20’’)La pelota vasca. La piel contra la piedra (Spagna, 2003, 115’)Caótica Ana (Spagna, 2007, 119’)En las ramas de Ana (Spagna, 2007, 5’17’’) 

FREDDIE FRANCIS. L’UOMO DELLE OMBRE

Un mago, un maestro della luce e soprattutto dell’ombra: Freddie (Frederick) Francis, uno dei grandi direttori della fotografia del cinema anglo-americano, cui Bergamo Film Meeting, a un anno circa dalla sua morte (a novant’anni, il 17 marzo del 2007, ma in Italia non se n’è accorto quasi nessuno), dedica un omaggio composto da tredici film. Il talento di Francis, che aveva fatto la gavetta fin dagli anni ’30 come assistente operatore di Powell e Pressburger, Carol Reed, John Huston, esplose nella seconda metà degli anni ’50, quando diresse la fotografia di L’alibi dell’ultima ora di Losey, La strada dei quartieri alti e Suspense di Clayton, Figli e amanti di Cardiff (per il quale vinse un Oscar), Sabato sera e domenica mattina e La doppia vita di Dan Craig di Reisz. Gli ambienti operai e i cieli pallidi dell’Inghilterra del Nord, le strade notturne, un realismo che non rinunciava alle sfumature psicologiche, un contrasto di luci e di ombre che trionfò nel gotico raffinatissimo di Suspense (rilettura di Il giro di vite di Henry James). E fu proprio nel gotico che Francis all’inizio degli anni ’60 passò alla regia, naturalmente con la Hammer Films, per la quale diresse sia veri e propri horror come La rivolta di Frankenstein e Le amanti di Dracula, sia un terzetto di thriller bianco e nero a sfondo psicologico (Il rifugio dei dannati, L’incubo di Janet Lynd, Hysteria). Ma, più che ai mostri e ai maniaci della Hammer, la sua carriera di regista resta legata alla breve serie prodotta da una piccola compagnia concorrente, la Amicus, che a metà degli anni ’60 inventò l’horror cinematografico a espisodi, dove fantasmi, mostri, maledizioni, premonizioni venivano fuse nel pretesto di una “cornice” e da un sotterraneo umorismo. Con questa formula, Francis diresse Le cinque chiavi del terrore, Il giardino delle torture, I racconti dalla tomba, Delirious.Poi, nel 1980, improvvisamente, Francis abbandonò la regia per tornare al suo primo amore, e fotografò The Elephant Man di Lynch in bianco e nero e cinemascope, una scommessa azzardata e vinta dalla sensibilità comune al regista e al direttore della fotografia. Il sodalizio continuò, intervallato dal lavoro per altri autori (per esempio, ancora Reisz per La donna del tenente francese, Scorsese per Cape Fear, Forman per Man on the Moon), con Dune e con l’ultimo film curato da Francis: Una storia vera, viaggio a passo di lumaca negli sterminati spazi americani, un racconto fatto di contrasti cromatici, cieli e praterie che ancora una volta parlavano degli incubi che ci portiamo dentro. In collaborazione con British Film Institute di Londra, Cineteca Griffith di Genova.  I film: Come regista:Paranoiac – Il rifugio dei dannati (Gran Bretagna, 1963, 80’)
Dr. Terror’s House of Horrors – Le cinque chiavi del terrore (Gran Bretagna, 1965, 98′)
Torture Garden
– Il giardino delle torture (Gran Bretagna, 1967, 93’)
The Intrepid Mr. Twigg (Gran Bretagna, 1968, 36’)
Tales from the Crypt – Racconti dalla tomba (Gran Bretagna/Usa, 1972, 92’)
Tales That Witness Madness – Delirious: il baratro della follia (Gran Bretagna, 1973, 90’)
Come direttore della fotografia:Time Without Pity L’alibi dell’ultima ora di Jospeh Losey (Gran Bretagna, 1957, 85’)
Room at the Top – La strada dei quartieri alti di Jack Clayton (Gran Bretagna, 1959, 115’)
The Innocents – Suspense di Jack Clayton (Gran Bretagna, 1961, 100’)
Night Must Fall – La doppia vita di Dan Craig di Karel Reisz (Gran Bretagna, 1964, 92’)
The Elephant Man – id. di David Lynch (Gran Bretagna/Usa, 1980, 124’)
The French Lieutenant’s Woman – La donna del tenente francese
di Karel Reisz (Gran Bretagna, 1981, 127’)
The Straight Story – Una storia vera di David Lynch (Francia/Gran Bretagna/Usa, 1999, 112’) 

FANTAMARATONA

La fantamaratona, dedicata quest’anno all’horror di Freddie Francis, è prevista per venerdì 14 marzo e inizierà intorno alla mezzanotte. Per i coraggiosi che resisteranno ci saranno generi di conforto. 

Torture Garden – Il giardino delle torture  (Gran Bretagna, 1967, 93’)

Al termine di uno spettacolo, il dottor Diabolo, imbonitore in un luna park, invita alcuni spettatori a sperimentare il suo metodo per interrogare il futuro. Ciascuno degli scettici visitatori scopre che andrà incontro a un destino tragico. L’ultimo di essi, sconvolto dall’orrore che gli riserva il futuro,  aggredisce il Dottor Diabolo, ma mal gliene incoglie… 

 

Tales That Witness Madness – Delirious: il baratro della follia (Gran Bretagna, 1973, 90’)

Il dottor Tremayne, in contrasto con le conclusioni del tribunale, è convinto che i crimini di cui sono accusati alcuni ospiti della sua clinica psichiatrca siano stati commessi non dai pazienti, ma dalla materializzazione delle loro fantasie. Con questa teoria, un suo collega ha buon gioco a farlo dichiarare pazzo e a prenderne il posto nella direzione della clinica. Ma, come ben presto scoprirà a sue spese, forse il dottor Tremayne non aveva tutti i torti. 

CHRIS MARKER. OWLS AT NOON PRELUDE: THE HOLLOW MEN

Porta Sant’Agostino, Bergamo8 marzo – 6 aprile 2008Inaugurazione: venerdì 7 marzo 2008 – ore 18. 30   Nell’ambito dell’ormai pluriennale collaborazione con la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e  Contemporanea, Bergamo Film Meeting presenta alla Porta di Sant’Agostino, per la prima volta in Europa, la video installazione Owls at Noon Prelude: The Hollow Men originariamente realizzata da Chris Marker per la riapertura del MoMA a Manhattan nel 2005. Riferendosi all’omonimo poema di T.S. Eliot del 1925, il titolo ci immerge da subito nell’immaginario markeriano, popolato da gufi a mezzogiorno (Owls at Noon), uccelli notturni che abbandonano l’oscurità come immagini dimenticate che ritornano alla luce, come frammenti di storia che affiorano in superficie. Marker ci accompagna attraverso il preludio (Prelude), in un viaggio soggettivo lungo la storia del XX secolo che inizia dalla Prima Guerra Mondiale, segno premonitore delle catastrofi del Novecento, e segue il destino degli Uomini Vuoti (The Hollow Men), viventi moribondi che hanno perso la capacità di Vedere.L’uomo, la sua vulnerabilià, la sua cecità sono al centro del poema di T.S. Eliot così come dell’opera di Chris Marker. Dal magma delle immagini emergono paesaggi distrutti, campi di battaglia, ospedali e feriti di guerra, volti di soldati e di donne, che si alternano a frasi intere o semplici parole, talvolta comprensibili, talvolta sfuggenti, così come appaiono distorte e frammentate le immagini che l’artista tratta con effetti digitali. Spesso tra i versi del poema di Eliot, Marker inserisce parole sue, che accrescono l’impatto fortemente emotivo e evocativo dell’opera. La video installazione si compone di una fila di otto schermi che mostrano una doppia proiezione di immagini e parole secondo lo schema abababab, in un movimento continuo in avanti e indietro, da destra verso sinistra e viceversa, rallentando e accelerando.La colonna sonora, composta da Toru Takemitsu, attraverso pungenti effetti acustici, pone l’accento su immagini e parole, contribuendo a creare una dimensione sospesa che Marker indica come “limbo della memoria”.  In occasione della mostra sarà proiettato anche il film di Marker Le Fond de l’air est rouge (1977), un montaggio delle rivoluzioni che hanno percorso gli anni ’70, attraverso il quale il regista rilegge l’attualità  in maniera del tutto personale. 

All’Auditorium di Piazza della Libertà, durante Bergamo Film Meeting, sarà presentato il dittico russo – scelto dal regista come giusta e misurata presenza che ben si sposa con la storia e l’“anima” del festival – Le Tombeau d’Alexandre (1992) dedicato al regista russo Alexandre Medvedkin e Une journée d’Andreï Arsenevitch (2000) che ripercorre gli ultimi momenti della vita di Tarkovskij. 

Le Tombeau d’Alexandre (Francia, 1992, 118’)

Il termine tombeau indica una raccolta in memoria di una persona cara o di valore. L’omaggio dedicato al regista russo Aleksandr Medvedkin (1900-1989) si compone di un prologo e di sei lettere postume, divise in due gruppi – Le royaume des ombres e Les ombres du royaume – intervallati da un omaggio al gatto Guillaume-en-Egypte, disteso su una tastiera mentre ascolta la musica di Federico Mompou.Le tombeau raccoglie materiali d’archivio, estratti dei film di Medvedkin, interviste a conoscenti e collaboratori, oltre che il commento in forma di lettera che Marker rivolge al regista scomparso perché “prima troppe cose dovevano essere taciute, adesso troppe cose possono essere dette: cercherò di dirle”. 

Une journée d’Andreï Arsenevitch (Francia, 2000, 56’)

Riferendosi in modo esplicito all’oppressione politica subita da Tarkovskij, il titolo suggerisce una chiara assonanza con il romanzo di Solženicyn Una giornata di Ivan Denisovi?, che racconta dei gulag sovietici. Come un diario privato, il film si apre filmando l’incontro tra il figlio adolescente che rivede il padre malato dopo cinque anni di distacco forzato: il regista russo affida all’occhio dell’amico Marker la commozione dell’incontro. Seguono le immagini del “making of” di Sacrificio, ultimo film di Tarkovskij, quindi Marker compie un’analisi dell’opera del regista, mettendo in evidenza la costante presenza dei quattro elementi (acqua, fuoco, aria e terra) nelle  sue opere. 

  

Fondo Nino Zucchelli.Un classico del cinema sovietico: Boris Barnet

Continua la scoperta di questa importante collezione di film donata dagli eredi di Nino Zucchelli alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e in deposito, per la conservazione e la valorizzazione, presso la Lab 80 film. Nel 2005 Bergamo Film Meeting ha presentato una rassegna di tredici cortometraggi d’animazione provenienti dal Fondo, nel 2006 una selezione di film cecoslovacchi degli anni Sessanta, nel 2007 un omaggio ai maestri del cinema polacco, Jerzy Skolimowski e Krzysztof ZanussiCon due opere, Devuška s korobkoj (La ragazza con la cappelliera, 1927) e Okraina (Sobborghi, 1933) è di scena quest’anno Boris Barnet (1902-1965), autore per molto tempo poco indagato, figura originale e fuori dagli schemi nel panorama del cinema sovietico dagli anni ‘20 agli anni ’50. Senza mai essere osteggiato apertamente dalla critica o dal potere,  Barnet ha alternato il successo a periodi di indifferenza e, in generale, i suoi film non hanno trovato la dovuta visibilità. L’eccessivo schematismo della contrapposizione tra i cosiddetti “innovatori” come Kulešov, Ejzenštejn, Dovženko, Pudovkin, Vertov e i “tradizionalisti” come Protazanov, ha relegato sullo sfondo la personalità libera di questo regista sovietico, che sfugge a qualsiasi classificazione ideologica.Macchinista teatrale prima, pugile poi, fu allievo di Lev Kulešov che lo utilizzò come attore nel suo film Le staordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi (1924). Due anni dopo, nel 1926, si staccò dal collettivo di Kulešov e entrò agli Studi della Mežrabpom. La sua esperienza registica ebbe inizio con Miss Mend (1926), avvincente “detective story” dal ritmo incalzante, tratto da un best-seller dell’epoca. Successivamente, senza disdegnare ruoli di attore (ad esempio in Tempesta sull’Asia, 1928), diresse, tra gli altri, alcuni capolavori come La ragazza con la cappelliera (1927), Mosca in ottobre (1927), La casa nella piazza Trubnaja (1928), Sobborghi (1933), In riva al mare azzurro (1936, premiato al Festival di Venezia), Una notte di settembre (1939), Virilità (1941), Una sola notte (1945), Atto eroico (1947).  In tutto 27 film, molti dei quali, purtroppo, sono oggi irripereribili.Il suo stile è caratterizzato da una sorprendente originalità narrativa, lontana dal realisimo socialista e refrattaria alle costrizioni formali dell’epoca. Barnet si affida all’espressione attoriale, la sua messinscena muove da un naturale bisogno di raccontare le storie della piccola gente, cogliere l’autenticità dell’individuo.L’immagine tipica dell’eroe barnetiano si delinea netta sia in La ragazza con la cappelliera che in Sobborghi,  due tra i suoi film più belli e artisticamente riusciti. Il primo, commissionato per propagandare la campagna in favore delle obbligazioni statali, prende spunto dalla crisi degli alloggi per intrecciare una rocambolesca storia d’amore, dietro alla quale affiora una divertente satira sulla mentalità piccolo borghese dell’epoca; il secondo ritrae il microcosmo di un piccolo villaggio russo sconvolto dallo scoppio della Grande Guerra (in questo film, ricorda Umberto Barbaro, c’è un interessante uso del “finale alla Griffith”, alla rovescia).In collaborazione con Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e Lab 80 film. Con il sostegno e l’assistenza tecnica della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale di Roma, è in corso di realizzazione la trascrizione digitale di tutti i film del Fondo Nino Zucchelli. 

I film:

Devuška s korobkoj – La ragazza con la cappelliera (Urss, 1927, 93)Okraina – Sobborghi (Urss, 1933,  92’) 

JAZZ ON SCREEN: MUSICA PRESA ALLA LETTERA Concerto di Michele Rabbia

Un piccolo teatro musicale è la scena dove la parola, il gesto e il suono si muovono, come in una partitura, in modo melodico o armonico. Molte voci si rincorrono all’interno di questo spettacolo, voci che diventano canti e si inseriscono naturalmente dentro trame sonore. Voci che fanno riflettere, sopravvissute, intime e di condanna. Parole e voci di grandi personaggi come Carmelo Bene, Dino Campana, Abbas Kiarostami, Antonin Artaud, solo per citarne alcuni, che edificano con la loro arte un monumento di grazia e libertà artistica.Ora sopra, adesso intorno a queste voci si snoda la musica che, come un attore sul proscenio sussurra, urla, ride con un linguaggio fatto di suoni e di colori.  Michele Rabbia, percussionista. Nato a Torino nel ’65, dopo aver compiuto i primi studi presso il liceo musicale di Savigliano, sotto la guida del Maestro Giorgio Artoni (percussionista del Teatro di Parma), segue i corsi di batteria a Torino con Enrico Lucchini. Nel 1989 si reca negli Stati Uniti dove ha la possibilità di frequentare le lezioni di Joe Hunt e Alan Dawson al Berklee College of Music. Rientrato in Italia nei primi anni ‘90 Michele Rabbia si trasferisce a Roma dove comincia la sua collaborazione con il gruppo Aires Tango fondato dal sassofonista argentino Javier Girotto. Con questo gruppo registra 5 CD e compie oltre 200 concerti ospitando musicisti come Enrico Rava, Paolo Fresu, Antonello Salis, Gianni Coscia e Peppe Servillo. La passione per la musica improvvisata e quella contemporanea lo portano a collaborare dal vivo e in studio con musicisti come Sainkho Namchylak, Dominique Pifarély, Michel Godard, Eugenio Colombo, Rita Marcotulli, Roberto Ottaviano, Giancarlo Schiaffini, Riccardo Lay, Roberto Cecchetto, Giovanni Maier, Carlo Rizzo, Vincent Courtois, Nicola Stilo, George Garzone. 

La performance di Michele Rabbia è in programma giovedì 13 marzo, alle ore 20.30, presso l’Auditorium di Piazza Libertà.In collaborazione con Bergamo Jazz 2008 – organizzato dal Comune di Bergamo – Teatro Donizetti

ANTEPRIME

Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi (Italia/Svizzera, 2007, 102’).

Con: Bruno Todeschini, Elio Germano, Iréne Jacob, Maria De Medeiros, Paolo Graziosi, Bruno Ledeux è seduto di fronte al medico. Ha quarant’anni, dà l’idea di essere un uomo non più giovane, ma non ancora vecchio. La diagnosi è impietosa: Bruno non potrà mai avere figli. È un tracollo: sembra che per lui non ci sia più l’opportunità di uscire dalla mediocrità e dall’eterno ruolo di figlio. Non dice nulla a sua moglie Anne. Come non le dice neppure del debito contratto con un usuraio. In questa situazione, l’incontro con Luca, un ragazzo sul filo della disperazione con il quale costruisce da subito un rapporto complesso e intenso, lo porterà a far riaffiorare una parte di sé: un passato senza affetto e senza ricordi, una famiglia assoggettata a un padre, famosissimo artista, egoista e manipolatore, che Bruno ha segretamente odiato. Una nebbia sembra avvolgere Bruno come se fosse impossibile trovare una via d’uscita. Secondo film del regista di La spettatrice, che nel 2004 vinse la Rosa Camuna d’argento a Bergamo Film Meeting. 

Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (Italia, 2007, 81’)

Con le voci di: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti. Anita, adolescente della Milano bene, deve fare i conti con la cultura moralista e sessuofobica della sua famiglia, mentre fuori il mondo è in rivolta; Teresa, è rimasta incinta e deve abortire, ma l’aborto (siamo nel 1976) è ancora illegale; Valentina, militante femminista di Roma, cerca di trovare un equilibrio possibile tra l’impegno politico e una storia d’amore con un uomo. Anita, Teresa e Valentina non si sono mai incontrate. Hanno vissuto nell’Italia degli anni ’60 e ’70, in età diverse e in città lontane. Ma le loro storie, riportate in diari privati, in un’ideale continuità testimoniano lotte famigliari e politiche, personali e collettive, per affermare l’autonomia, l’identità e i diritti in un Paese patriarcale. Dopo l’intenso ritratto famigliare di Un’ora sola ti vorrei, Alina Marazzi decide di narrare un momento decisivo della storia del nostro paese, quello del femminismo degli anni ’60 e ’70.  

Jimmy della collina di Enrico Pau (Italia, 2006, 90’)

Con: Nicola Adamo, Valentina Carnelutti, Franesco Origo, Massimiliano Medda, Giovanni Cantarella, Federico Carta, Mohammed El Gahilassi. Jimmy ha diciotto anni e vive in una zona depressa della Sardegna. Lontano dalle coste e dalle località alla moda dell’isola, all’orizzonte si profilano soltanto ciminiere e un futuro desolatamente segnato: lavorare nelle raffinerie di petrolio del suo paese. Ma Jimmy non riesce ad accontentarsi, vuole di più, vuole fuggire. Nella speranza di racimolare i soldi per andare in Messico, rubacchia nelle case di un ricco quartiere con degli amici, che però lo tradiscono. Braccato, finisce in un carcere minorile e si ritrova immerso in una realtà alienante a confronto con frustrazioni e disperazioni simili alla sua. Il suo rifiuto di essere inghiottito nei dispositivi di recupero del carcere si scontrerà con Claudia, una volontaria con la quale costruisce un complesso rapporto di attrazione/repulsione. Anche Claudia infatti ha un passato da ex-reclusa… Dal romanzo omonimo di Massimo Carlotto, il ritratto disincantato di una gioventù marginale ma ostinata, stretta tra la disperazione e la voglia di continuare a sognare. Il film sarà distribuito da Arancia Film e Lab 80 Film.  

Camille e Mariuccia di Samuele Romano (Italia, 2007, 22’)

Con: Maurizio Tabani, Umberto Terroso Siamo a Milano, d’estate; Elio e Piero abitano nella stessa palazzina. Elio è solo a casa, sta scrivendo la sua ultima lettera d’amore a Camille. Suona il campanello: è Piero. I carabinieri l’hanno chiamato perché in un paesino della Val Trebbia è stato trovato il cadavere di una donna che sembra corrispondere alla descrizione di Mariuccia, sua moglie, scomparsa due giorni prima. Ma Piero non se la sente di andare da solo. Così Elio e Piero si mettono in viaggio.

Riscoperte

Schastye – La felicità di Alexandre Medvedkin (Urss, 1932, 95’)

La fantasia, a dir poco stravagante, di Aleksandr Medvedkin ha fatto di lui uno dei numerosi talenti offuscati dalle infinite questioni sui massimi sistemi che tanto hanno caratterizzato lo sviluppo del cinema sovietico, condizionandone, in gran parte purtroppo, anche la fruizione all’estero. L’istintivo gusto per la satira e per il grottesco con cui Medvedkin usa rivelarsi, non è solo un punto d’osservazione ma qualcosa di più prezioso. È lo slancio propulsore che lo porta fiducioso a dialogare con quella realtà circostante di cui si sente profondamente partecipe. Il film racconta la storia del contadino Chmyr’, condannato a una vita di stenti. Un giorno sua moglie Anna lo manda via in cerca della felicità, con la raccomandazione di non tornare a mani vuote. Una commedia della povertà che in certi momenti ha il ritmo e l’assurdità delle vecchie comiche. 

I 25 anni di Bergamo film meeting

The Apartment – L’appartamento di Billy Wilder (Usa, 1960, 125’)

Calvin Clifford Baxter, soprannominato dai suoi colleghi “Bud”, è un impiegato modello, serio, preciso e coscienzioso, che lavora presso una grande compagnia di assicurazioni di New York. Una delle sue doti principali, che in verità esula un po’ dalle sue competenze, è di essere scapolo e di disporre di un appartamento, del quale i colleghi chiedono spesso la chiave per le loro avventure extraconiugali. Una delle più belle e amare commedie di Billy Wilder, interpretata da uno strepitoso Jack Lemmon e da una Shirley MacLaine perfettamente nei panni di una donna spregiudicata ma sensibile alle tenerezze. Come spesso capita nei film di Wilder, bastano pochi spazi per l’azione comica e una sceneggiatura di ferro, di quelle che ormai nel cinema sono diventate un lontano ricordo. Un capolavoro. 

A London férfi – The Man from London di Béla Tarr (Francia/Germania/Ungheria, 2007, 132’)

Maloin conduce una vita semplice, senza prospettive, in una stazione ferroviaria sulla riva del mare, dentro una specie di torre di controllo. Durante un turno di notte, assiste alla lite tra due uomini che si conclude con un omicidio e con la fuga dell’assassino. Questo evento imprime alla sua vita una piega inaspettata: accanto al corpo dell’uomo ucciso vi è infatti una valigia piena di denaro. Coinvolto, suo malgrado, in una storia di indagini di polizia e ricerche della refurtiva da parte dell’assassino, Maloin si troverà altresì costretto ad affrontare questioni che riguardano la moralità, il peccato, la pena, la sottile linea che separa l’innocenza dalla complicità nel crimine. Ed è proprio da questo stato di smarrimento che comincerà a porsi la domanda fondamentale del significato e del valore dell’esistenza. BERGAMO FILM MEETING – presidente onorario Gianni Amelio, presidente Alberto Castoldi, direttore Angelo Signorelli, segreteria Fiammetta Girola – è realizzato con il patrocinio e il contributo di:  

Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per il Cinema Comune di BergamoCommissione Europea – Media ProgrammeProvincia di BergamoRegione Lombardia – Culture, Identità e Autonomie della LombardiaFondazione ASM BresciaFondazione della Comunità BergamascaCredito BergamascoFondazione Banca Popolare di Bergamo OnlusCamera di Commercio e Industria di Bergamo Media Partner:Ripley’s Film e Ripley’s Home Video, Radio Number One, Radio Bergamo, Radio 1000 Note, Metro News, Files Multimedia  

con la collaborazione di:British Film Institute di LondraBergamo Jazz 2008Cineteca Griffith di GenovaMuseo Nazionale del Cinema di TorinoFondazione Cineteca Italiana di MilanoCinémathèque Royale de BelgiqueFondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale di RomaGAMeCinemaGAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Accademia Carrara di BergamoAlicia Produce SL di MadridSogecine & Sogepaq di MadridMinisterio de Cultura di MadridFilmoteca Vasca di Donostia-San SebastianLab 80 film di BergamoFederazione Italiana CineforumFondazione AlascaLaboratorio 80 Università degli Studi di BergamoTorino Film FestivalTrieste Film Festival – Alpe Adria CinemaMilano Film FestivalFestival International de Films de Femmes di CréteilFilm Festival CottbusAnnecy Cinéma ItalienVienna International Film FestivalReykjavik International Film FestivalPunta del Este Film FestivalGoethe Institute di Tel Aviv 

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6 marzo 2008