La complessità del senso
18 10 2017

L’altra donna del re

film_laltradonnadelre1.jpgThe Other Boleyn Girl
Justin Chadwick, 2008
Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana, Kristin Scott Thomas, David Morrissey, Mark Rylance, Jim Sturgess.

Prima di Elizabeth. La “regina guerriera”, l’ultima dei Tudor, quella che abbiamo visto nel film di Shekhar Kapur, qui la vediamo nascere, nel 1533, da Anna Bolena (Portman). Chadwick, regista televisivo al suo primo lavoro per il cinema, trae la vicenda dal best seller di Philippa Gregory (The Other Boleyn Girl), puntando decisamente al racconto del drammatico conflitto tra le due sorelle Boleyn, Anna e Maria (Johansson), le quali, spinte dalle ambizioni familiari, fanno a gara nel tentativo di conquistare il “cuore” del re Enrico VIII. I riferimenti spettacolari alla figura del sovrano che seppe separare la Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa cattolica, possono essere molti, dal teatro al cinema, da Shakespeare a Charles Laughton, premio Oscar per Le sei mogli di Enrico VIII (Alexander Korda, 1933), a Richard Burton (Anna dei mille giorni, Charles Jarrott, 1969). Qui ci si allontana dalla somiglianza iconografica, evidente specie in Laughton, e si va ad una modernizzazione della figura anche fisica, funzionale al taglio spiccatamente “romantico” della vicenda. In primo piano è il rapporto tra Anna e Maria, le quali arrivano a odiarsi, sia pure da posizioni sentimentali diverse, l’una più fredda e calcolatrice, l’altra più semplice e istintiva, ma non sono disposte, alla fine, a rinunciare ad una solidarietà interna, sentimentale, che le lega nella competizione e nella disgrazia. Il re (Bana), in un certo senso, rischia di restare prigioniero delle due donne, non sa resistere all’attrazione dei sensi, pur non tralasciando la ragion di stato, che per lui consiste soprattutto nell’esigenza di avere un figlio maschio. Non c’è molto di più, anche se i “sentimenti” sono immersi nei fitti intrighi di corte. Le perfidie e le perversioni, sono enunciate, ad ogni attacco di sequenza, quasi in forma di didascalia bignamesca. Quel che conta non sono i fatti della storia, che pure in quel periodo si configuravano in un quadro complesso e interessantissimo per l’evoluzione verso la modernità. Basti pensare all’importanza dell’affermazione della Chiesa anglicana, in vista dell’espansione britannica verso il Nuovo Mondo. E anche all’interno, i problemi del regno non si esaurivano certo nel giro dei letti di corte. Ma se restiamo al romanzo, godiamoci pure la “puntata” storica, ben ambientata e giusta nei costumi, ben recitata soprattutto dalle due protagoniste.

Franco Pecori

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24 aprile 2008