La complessità del senso
21 09 2017

Straight Outta Compton

film_straightouttacomptonStraight Outta Compton
Regia Felix Gary Gray, 2015
Sceneggiatura Jonathan Herman, Andrea Berloff
Fotografia Matthew Libatique
Attori O’Shea Jackson Jr., Corey Hawkins, Jason Mitchell, Neil Brown Jr., Aldis Hodge, Paul Giamatti, Alexandra Shipp, Carra Patterson, Elena Goode, Keith Powers, Lakeith Lee Stanfield,  Tate Ellington, Corey Reynolds, R. Marcus Taylor.

Non solo musica, ok. L’esempio che viene in mente al regista Gary Gray (Il negoziatore 1998, The Italian Job 2003, Be Cool 2005, Giustizia privata 2009) è il Rap, forma molto cadenzata esplosa negli anni Ottanta all’interno del fenomeno più generale dell’Ip Hop, proveniente dall’America degli anni Sessanta-Settanta – più o meno, il periodo in cui il jazz sviluppava le sue tendenze Free sul versante del movimento Black Power. Il rapper recita versi dal contenuto realistico crudo di fronte al suo pubblico, giovani afroamericani compiaciuti nel sentirsi protagonisti di una protesta che ritengono giusta e che riflette le loro forme di vita discriminata per le condizioni sociali, i comportamenti e le situazioni di alcune zone metropolitane, per esempio la californiana Compton, particolarmente violenta, a sud di Los Angeles. Il film racconta la voglia di un gruppo di ragazzi di uscire dal ghetto attraverso il riscatto rappresentato dal successo della loro forte espressione musicale. Siamo nel pieno dell’ottavo decennio del secolo scorso. Il gruppo NWA (Niggaz Wit Attitudes),  creato dal leader Eric Lynn Wright, detto Eazy-E (nel film Jason Mitchell), ha un impatto fulmineo. I cinque componenti (gli altri quattro sono Ice Cube/O’Shea Jackson Jr., Dr Dre/Corey Hawkins,  DJ Yella/Neil Brown Jr., MC Ren/Aldis Hodge), grazie anche al manager Jerry Heller (Paul Giamatti, come sempre immedesimato alla perfezione), il quale ne intuisce le potenzialità commerciali e li “protegge” utilizzando, si capisce, i trucchi del sistema commerciale, rafforzano e diffondono una consapevolezza esistenziale tra le nuove generazioni, mentre si affermano le nuove droghe e cresce il disagio della vita metropolitana. La diffusione di pezzi come Straight Outta Compton e Fuck tha Police segna il carattere incendiario di quella musica provocatoria, della sua esplicita e diretta referenzialità, tanto da muovere le attenzioni ufficiali dell’Fbi. Intuibili, nella struttura narrativa, le dinamiche tensionali relative ai temi dell’amicizia, della fraterna complicità, delle inevitabili ripercussioni relative al trionfo improvviso, del tradimento nelle prospettive di prosecuzione. Pur nella confezione accurata degli spazi e dei ruoli, la sceneggiatura cede complessivamente il passo alla musica – ed è questo il merito estetico (se Estetica non è la filosofia del Bello) del film, al di là della rivisitazione del fenomeno Rap. Due ore abbondanti di suono, di quel suono, di quel suono/parola/suono, così perentorio nella sua schiettezza e nella sua dirompente contestazione della “Buona Musica” (compresi il Buon Jazz e il Buon Rock), servono a infondere in quanti non ne avessero ancora avuto neanche sentore almeno il dubbio che di “sola musica” non ve ne sia mai stata e non ve ne possa essere. Potremmo andare a vedere quale impatto avesse il “Non ho l’età (per amarti)” di Gigliola Cinquetti nel contesto socio-culturale italiano della metà degli anni Sessanta. Non era anche quella “non solo musica”? Per non parlare del Don Giovanni di Mozart e di tutti gli esempi che possano venire alla mente, essendo che ogni testo non può non essere con-testo.

Franco Pecori

 

 

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1 ottobre 2015