La complessità del senso
17 12 2017

Fine pena mai

film_finepenamai.jpgFine pena mai
Davide Barletti e Lorenzo Conte, 2007
Claudio Santamaria, Valentina Cervi, Daniele Pilli, Giorgio Carecia, Ippolito Chiariello Giancarlo Luce, Ugo Lops, Danilo De Summa, Giuseppe Ciciriello, Lea Barletti, Fabrizio Parenti, Simone Franco,Fabrizio Pugliese.

Dissociato ma non pentito. Da una storia, come si dice, vera (in ogni caso ciascun film documenta soprattutto se stesso ed è ciò che conta), la triste fine di un affiliato alla famiglia mafiosa Sacra Corona Unita, nel Salento degli anni Ottanta. Condannato a 49 anni di carcere, in isolamento secondo l’articolo 41bis, Antonio (Santamaria) racconta in una lettera alla moglie Daniela (Cervi), ma insomma a noi, la vicenda che lo ha portato, da studente universitario irrequieto, ad assumere un ruolo di boss. Nel film, la Quarta mafia, così si chiamò anche la SCU, appare come una sorta di “nervosa” imitazione di altre ritualità tradizionali, con innesti attinti dalla “cultura” locale e dalla “lezione” siciliana. In sostanza, un’irrefrenabile violenza, frutto di una debole motivazione di fondo, di un’improntitudine che, con sguardo a ritroso, possiamo oggi attribuire alla drammatica superficialità del periodo. E così Antonio, che inizialmente non è che un giovane voglioso di esperienza, inseguendo una “vita al massimo”, si ritrova nella droga e nella morsa dei soprusi. Barletti e Conte portano nel film lo spirito delle loro precedenti esperienze di documentaristi e filmaker “indipendenti”, offrendoci un quadro credibile dell’epoca, per l’ambiente e per il carattere ambiguo del protagonista. I registi hanno letto il libro (Vista d’interni, Manni Editori) che Antonio Perrone, il vero boss, ha scritto in carcere dal 1992 al 2006 e lo hanno interpretato tenendo fede al carattere “interiore” di una storia individuale che, paradossalmente, è anche la fotografia di un profondo disagio sociale. Santamaria è bravo a muoversi sul filo di una non-caratterizzazione, lasciandoci nel dubbio, se la vita perduta di Antonio sia stata o meno la vita assurda di un ragazzo “normale”, quasi uno di noi. E certo resta difficile comprendere come si possa cadere nella trappola di una violenza così stupida, senza “frutti” ragionevoli se non quelli di un primeggiare misero, sterile, privo di orizzonte. Il tema, svolto dignitosamente, avrebbe meritato forse una maggiore incisività artistica. Così com’è, il film sembra buono per il cinema e per la televisione alla stessa maniera.

Franco Pecori

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guarda il video dell’intervista
a Valentina Cervi
di Francesco Gatti per Rainews24

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29 febbraio 2008