La complessità del senso
20 11 2017

Nelle tue mani

film_nelletuemani.jpgNelle tue mani
Peter Del Monte, 2007
Kasia Smutniak, Marco Foschi, Luisa De Santis, Severino Saltarelli, Luciano Bartoli, Simona Caramelli, Alberto Cracco, Gaetano Carotenuto, Riccardo Francia, Eleonora Solofra, Noemi Abbrescia, Alba Rohrwacher, Pier Francesco Poggi, Marina Pennafina, Nicolò Benvenuti, Andrea Bruschi, Carolina Levi, Davide Manuli, Paolo De Bernardis.

A 7 anni da Controvento, Del Monte torna con un film di alto livello, in linea con la sua produzione più interessante (Irene Irene, Invito al viaggio, Compagna di viaggio). Fuori dalla marea dei macchiettismi italioti, Del Monte, ci regala un racconto profondamente contemporaneo. Non è “tratto da una storia vera”, ma indaga le possibili “verità” di una storia tanto misteriosa quanto “semplice” nell’apparente consequenzialità; non intesse “scenette” per dare un senso del quotidiano, ma inventa inquadrature produttive di senso, tagli la cui relazione interna non ha bisogno di attingere a rassicurazioni prefilmiche. Ed è un senso non lineare, poetico appunto, che denuncia senza didascalie la difficoltà del vivere consapevole, del cercare rapporti secondo un’istanza di umanesimo. Si produce una sensibilità non teorica, perfino imbarazzante. Non c’è specchio in cui specchiarsi, c’è di momento in momento l’ansia di una soluzione che non arriva,  che non si intravede. C’è la prigionia di un sorriso che non può essere liberatorio, c’è una parola che sfugge, un  gesto che non si compie, un evento che non spiega, una fine che non arriva. E sempre si apre un altro film, sorpresa nel giallo continuo di un’esistenza che non dà risposte. La diversità di Mavi (Smutniak) e Teo (Foschi) si riproduce inesorabilmente, negando ai due personaggi il piacere della “conoscenza”, la tranquillità della prospettiva. Impossibile restringere il découpage nel conformarsi di un incontro tra lo studente di astrofisica e l’immigrata di Spalato. I due attori nel ruolo di protagonisti sono bravissimi, ma nessuna figura è di contorno, nessuno è deresponsabilizzato in un ruolo “minore”. Ciascun angolo è “pieno”, sia pur pieno di “vuoto”, o meglio di “ignoto”. Ci sono anche alcuni temi sociologici attuali, la giovane coppia, il lavoro, i bambini, i genitori, le religioni, ma tutto è riformulato nel rifiuto dell’ovvietà. Tanto che la “bella” fotografia di Marco Carosi è costretta a precisarsi dall’implacabile asciuttezza delle ellissi e a rinascere così ogni volta in funzione della limpida onestà dell’inquadratura. E in chiusura, la fine utopia del picnic della “famigliola”, ricomposta in una resa paradossale, di Teo che apparecchia per la figlia Caterina, per Mavi e per il piccolo, nuovo arrivato e non suo. In un cinema italiano spesso ansimante nella ricerca del prodotto medio vendibile c’è ancora bisogno di autori.

Franco Pecori

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14 marzo 2008