La complessità del senso
24 09 2017

Away from Her-Lontano da lei

film_awayfromher.jpgAway from Her
Sarah Polley, 2006
Julie  Christie, Gordon  Pinsent, Olympia  Dukakis, Murphy  Aubrey, Kristen  Thomson, Wendy  Crewson, Alberta  Watson, Deanna  Dezmari, Clare  Coulter, Thomas  Hauff, Grace Lynn Kung.
Golden Globe Award 2008: Julie Christie atr dr.

Per giovani. Gli anziani rischiano di vederlo come un… documentario, magari bello e commovente. Ci sia concessa la piccola provocazione, anche rispettosa della finissima ironia che attraversa il film insieme alla speciale sensibilità già dimostrata dalla canadese Sarah Polley, da attrice, in lavori come La mia vita senza me (2003) o come La vita segreta delle parole (2005), entrambi della regista spagnola Isabel  Coixet. Julie Christie interpreta (divinamente) la parte di una donna colpita dall’Alzeimer, è vero, ma il film (prima regia della Polley, dal racconto “The Beat Came Over The Mountain”, di Alice Munro) è qualcosa di più e forse di diverso. Quando la protagonista osserva (voce fuori campo, interiore): «Una volta che un’idea è persa, è persa per sempre», siamo al di là della pur terribile malattia, siamo in una riflessione profonda sul rapporto tra ragione e sentimento, sulla durata e sulla consistenza dell’esistere. E il danno psicofisico della perdita di memoria entra in un parametro di valutazione allargato, ponendo, paradossalmente in concreto, la questione astratta, cioè filosofica, della qualità dell’individuo rispetto alla propria e all’altrui storia. Tutto questo, per una sorta di miracolo espressivo, si traduce nel film in una sublime sequenza di scene umanissime, mantenute ben lontane da facili traduzioni nel “senso comune”, pronte invece a sviluppare riflessioni congiunte verso ambiti meno specifici della vita. Della vita di coppia, nel caso di Fiona (Christie) e Grant (Pinsent), ma della vita turbata di chiunque si trovi a doversi occupare di persone colpite dall’Alzeimer. E di più: dall’Alzeimer o da qualsiasi altro disturbo che ponga l’individuo oltre, di molto o di poco, la funzionalità comportamentale riconosciuta dalle “regole”. Ecco perché i giovani. Un momento di particolare incisività del senso è dato dal fuggevole incontro, sul divano della sala-soggiorno della casa di riposo dove si è trasferita Fiona, di Grant, che si è recato a trovare sua moglie, con una ragazza anche lei in “visita parenti”. E’ uno scambio di battute rapido quanto aperto, che evidenzia non solo la sofferenza di quella situazione concreta bensì la possibile prospettiva, sociale sì ma – insistiamo – filosofica, che ne deriva. Prospettiva, cioè disegno di vita rispetto a interrogativi sulla discrezione insondabile del privato, sui limiti delle relazioni esistenziali. Problemi che – ripetiamo, in prospettiva –  non possono non coinvolgere i giovani più degli anziani. In prospettiva, giacché, sottolinea poeticamente la voce fuori campo, in certe condizioni «il passato e il presente sono leggeri come piume». Dentro questa problematica vive, nel film, la struggente metafora delle “nuove” relazioni tra Fiona e un altro degente, Aubrey (Murphy) e tra Grant e Marian (Dukakis), moglie di Aubrey. Vite accennate, rinvenute casualmente sotto l’occasione della mancanza; vite impossibili quanto possibili possono essere i vuoti di memoria, mentre il lungo (45 anni insieme) affetto della coppia (Fiona-Grant), perde e riacquista centralità seguendo le onde dei respiri, i sussulti dell’anima, il passare del tempo.

Franco Pecori

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15 febbraio 2008