La complessità del senso
24 09 2017

Il petroliere

film_ilpetroliere.jpgThere will be blood
Paul Thomas Anderson, 2007
Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Ciarán Hinds, Kevin O’Connor, Dillon Freasier, Colleen Foy, Barry Del Sherman, Russell Harvard, Paul F. Tompkins, Kevin Breznahan, Jim Meskimen, Russell Harvard, Coco Leigh, Paul F. Tompkins, Mary Elizabeth Barrett, David Willis, Rhonda Reeves, Hans R. Howes.
Golden Globe Award 2008: Daniel Day-Lewis at. Berlino 2008: Anderson Orso d’Argento Paul Thomas re, Johnny Greenwood mu. Oscar 2008: Daniel Day-Lewis at, Robert Elswit foto.

Antico. Uno di quei bei filmoni anni ’50, che con calma ed efficacia sicura ti fanno arrivare nella mente e nel cuore una chiara lezione di vita – sentimenti forti, umanissimi, ambizioni ed espansioni gigantesche. Dal romanzo Petrolio, di Upton Sinclair (1927), la storia di come potesse nascere, tra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del secolo successivo in California, un vero capitalista (tycoon, oggi, sembra più fine), magnate del petrolio. E di come il destino “culturale” del petroliere si potesse intrecciare con aspirazioni apparentemente più alte, cioè religiose (nel caso, cristiane fondamentaliste). E di come le due aspirazioni si potessero trovare a viaggiare sostanzialmente sullo stesso binario, interpretando, per “vocazione”, due parti alquanto somiglianti, se non proprio nella sostanza almeno nell’espressione – che in musica si direbbe sopra le righe. E difatti proprio alla musica (Jonny Greenwood dei Radiohead) è affidato sin dall’inizio il compito di approfondire il senso diciamo pure drammatico del protrarsi della ricerca. Ricerca di ricchezza e di potere, di dominio assoluto sulle cose (leggi valore in dollari) e sulle persone (diciamo pure anime). Le prime sequenze hanno l’aria del documentario bello. Senza parole, un cercatore d’argento spiccona con gran fatica la roccia in fondo a una buca che sembra volerlo inghiottire. Si rovina una gamba e poi con sforzo sovrumano riesce a trascinarsi fuori. Pesantezza del lavoro, solitudine, forza di volontà (grinta, oggi, sembra più attuale) senza limiti: non ci viene in mente altro. Quell’uomo  è Daniel Day-Lewis nei panni di Daniel Plainview, un uomo un fiume di oro nero. Un’interpretazione tipica da Golden Globe e da Oscar. Col personaggio non ci sarebbe da augurarsi di trovarsi a cena. Odia e invidia, si porta dietro un bambino/figlio finché gli fa comodo per rendere simpatica l’offerta ai contadini dei quali gli serve la terra da trivellare, scarta l’ipotesi di avere un fratello, finge di credere al predicatore evangelico Eli Sunday (Paul Dano), un furbo/sciocco che gli serve per “distrarre” la gente semplice, salvo poi costringerlo a confessare la propria falsità, quando sente che il peso del male non è più sopportabile senza condividerne le tristi conseguenze. Ed è per giungere al finale superdrammatico che si è passati dal “documentario” al mito, in un crescendo che arriva a sfiorare gli stilemi di uno psico-horror. I maligni hanno pensato a Bush, ma qui siamo alle origini, in un’aspra fiaba ben più fascinosa.

Franco Pecori

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15 febbraio 2008