La complessità del senso
22 11 2017

Blackhat

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Regia Michael Mann, 2015
Sceneggiatura Morgan Davis Foehl
Fotografia Stuart Dryburgh
Attori Chris Hemsworth, Tang Wei, Viola Davis, Ritchie Coster, Holt McCallany, John Ortiz, Yorick van Wageningen, Wang Leehom, Andy On, Christian Borle, Sophia Santi, Abhi Sinha, Kirt Kishita, Fabiola Sicily, Spencer Garrett, Archie Kao.

Il mondo cambia rapidamente, la caccia a John Dillinger (Johnny Depp), il Nemico Pubblico del 2009, sembra appartenere ormai a situazioni ultraconsolidate e Michael Mann non è regista da impigrirsi su prospettive corte. Riprende così il mood deambulante di Collateral (2004), immergendosi però nell’evoluzione del cyberspazio,  lascia il taxi di Jamie Foxx e del killer Tom Cruise per fare un giro nei trucchi della cibernetica. Siamo nella caccia all’hacker “nero”, immorale, un diavolo che sparge senza scrupoli virus letali nella Rete. La Los Angeles notturna del decennio scorso lascia il campo a viaggi zumati all’interno della macchina informatica (figurazioni ottiche per la verità riferibili a un immaginario ormai non più nuovissimo), scelta che richiederebbe allo spettatore una consapevolezza tecnologia molto avanzata se non si rivelasse sufficiente, al dunque, un credito di fiducia totale nell’inventiva di Mann verso i poteri più o meno realisticamente operativi del collegamento computerizzato. Una volta abbandonatici al flusso dei dati e al picchiettio delle tastiere elettroniche possiamo lasciarci sedurre dalla dimensione kolossal che il regista riesce a dare al racconto anche spettacolare, muovendo il set da Los Angeles alla centrale nucleare di Chai Wan (Hong Kong), fino alla Malesia e a Giacarta. Tanto per cominciare, salta in aria un reattore e non si sa per quale motivo. Si scoprirà presto l’avvenuta intrusione di un virus. Mistero sul responsabile della visita sgradita e soprattutto nessuna idea  su come rintracciare l’IP (Internet Protocol Address) di provenienza. Dato che un altro attacco informatico colpisce un mercantile a Chicago facendo impazzire le quotazioni della soia, da parte cinese si suggerisce di rivolgersi a un noto esperto di hackeraggio, un certo Nicholas Hathaway (Chris Hemsworth, The Avengers). Lo si tirerà fuori dal carcere col patto che risolva l’enigma. Si forma una squadra, sono con Nicholas l’agente dell’Fbi Carol Barret (Viola Davis), l’ingegnere informatica Chen Lien (Tang Wei) e suo fratello Chen, amico di Hathaway, nonché il maresciallo americano Mark Jessup (Holt McCallany), responsabile del ritorno di Nicholas in carcere. L’indagine non sarà semplice, il blackhat si muove nell’ombra e non rimane certamente passivo quando s’accorge d’essere scoperto e minacciato (avrà, vedremo, il volto di Yorick van Wageningen). Il racconto prende via via la forma del thriller d’azione con scene spettacolari, inseguimenti, sparatorie e sguardi incantevoli sul mondo naturale, facendoci quasi dimenticare il lato strettamente tecnico. Non manca l’elemento sentimentale, con l’immancabile storia d’amore tra Nicholas e Chen Lien. L’attrazione del film consiste essenzialmente nella vertigine emozionale che può prendere chiunque si ponga il problema di “dominare” la dimensione informatica della realtà virtuale ed entrarvi con adeguata competenza, fino a determinare eventi reali e conseguenze anche “misurabili” sul piano pratico. Michael Mann ha raccontato di essere partito da un fatto accaduto anni fa, quando un impianto di arricchimento dell’uranio in Iran fu abbattuto da un’arma segreta e occulta, proprio un malware, lo Stuxnet, creato dal governo americano in accordo con quello israeliano. Il codice fu inviato all’hardware di controllo della rotazione delle turbine. La realtà digitale è tra di noi. Dice il regista: «Viviamo in un esoscheletro invisibile di dati e di interconnessioni. Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che tocchiamo è parte di quella rete. E’ come se vivessimo in una casa con tutte le porte e le finestre aperte: ed è una situazione molto pericolosa, ma noi non lo sappiamo». Sul piano artistico, il film rischia di pagare il prezzo della specificità referenziale, specie in alcune sequenze dal ritmo incalzante e dal contenuto tecnico non facilissimo. Il passaggio dalla progressiva consapevolezza tecnologica alla soggezione generica dello spettatore verso una specie di invadente religiosità della Connessione può finire per essere il risultato non voluto di un nuovo fascino discreto della futuribilità.

Franco Pecori

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12 marzo 2015