La complessità del senso
20 11 2017

The Search

THE SEARCH 28X40 SACThe Search
Regia Michel Hazanavicius, 2014
Sceneggiatura Michel Hazanavicius
Fotografia Guillaume Schiffman
Attori Bérénice Bejo, Annette Bening, Maxim Emelianov, Zukhra Duishvill, Abdul-Khalim Mamatsuiev, Lela Bagakashvili, Yuriy Tsurilo, Anton Dolgov, Mamuka Matchitidze, Rusudan Pareulidze.

Il bambino e la guerra. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, De Sica, Rossellini..  Avendo assistito a un’operazione come quella di The Artist (2011), più che soddisfacente nel senso dei maggiori riconoscimenti (Cannes, Gloden Globe, Oscar), e solo a vedere la locandina di questo secondo lungometraggio di Michel Hazanavicius c’era da mettersi in guardia: una riscrittura bellica a seguire quel traslucido dei travagli cinematografici dell’epoca d’oro? A colori e non più in bianco e nero? Quando poi le prime sequenze di The Search ci hanno immerso nel conflitto ceceno del 1999 è stato lecito domandarsi a cosa fosse dovuto l’apparente cambio di registro, la scelta dell’autore di cogliere e riprodurre di quella guerra l’immagine “grigia e slavata”, com’egli stesso l’ha definita, vista tante volte nei telegiornali. Ma trattando la materia orribile della zuffa sanguinaria tra popoli confinanti e prigionieri di viscerali inimicizie, di lingue, di religioni, di egoismi “fraterni”, Hazanavicius non ha resistito all’intrusione umanitaria, il referente documentario ha conquistato il suo cuore, la sua sensibilità evoluta. A quel punto, il regista si dev’essere detto, giustamente, che non sarebbe bastato l’approccio situazionale per catturare l’attenzione dello spettatore e indurlo a partecipare anche emotivamente alla tragica vicenda che ancora oggi segna uno dei punti focali della crisi incombente sull’Europa e oltre. La materia, continuando a essere calda, rifiutava una formalizzazione di genere che l’avrebbe svuotata della sua propria carica di verosimiglianza e, d’altronde, di carri armati in giro per le città, di macerie, esplosioni, uccisioni crudeli e feroci, le cineteche avrebbero offerto repertori a volontà. Ed ecco il bambino. I soldati russi, cattivissimi, sparano senza pietà e a sangue freddo sulle persone a loro antipatiche, fottendosene della presenza di osservatori americani e di commissioni per i diritti umanitari. Il piccolo Hadji, proprio quello della locandina (Abdul-Khalim Mamatsuiev, attore istintivo bravissimo), mentre i suoi vengono massacrati, resta solo in casa col fratellino neonato. La sorella più grande, Raïssa (Zukhra Duishvill), è corsa in strada, straziata dalla disperazione. Il piccolo decide di tagliare la corda, prende in braccio la creatura e s’incammina nell’inferno ceceno. D’ora in poi sarà il suo volto spaurito e straniato a condurre lo sguardo del regista. Hazanavicius se la piglia esplicitamente con Putin e mostra come il destino dei giovani possa venire stravolto dall’invadenza violenta dell’educazione militaresca – il ventenne Kolia (Maxim Emelianov), mentre fuma uno spinello per la strada, viene catturato e iniziato alla violenza dei protocolli funerari e poi delle armi -, ma soprattutto emerge lo strazio di Hadji, sperduto tra i civili in fuga. Reso muto dalla minaccia da cui è circondato , il bambino evita anche le persone che lo incontrano e cercano di aiutarlo, come l’americana Helen (Annette Bening) e la francese Carole (Bérénice Bejo). Col suo amorevole e pietoso soccorso Carole riesce a stabilire con lui un minimo di comunicazione, ma ciò che più chiaramente risalta è l’inadeguatezza e perfino l’indifferenza della comunità europea nella gestione politica dello scontro “insanabile”. Resta negli occhi il volto meravigliosamente espressivo di Hadji, il bambino che non trova le parole per esprimere tutta la propria innocente costernazione per lo stato attuale delle cose. E’ così che il premiato Hazanavicius riesce a sollevare il velo della riduzione a semplice dossier, del cui pericolo parla (a noi) la brava Carole.

Franco Pecori

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5 marzo 2015