La complessità del senso
22 09 2017

La guerra di Charlie Wilson

film_laguerradicharliewilson.jpgCharlie Wilson’s War
Mike Nichols, 2007
Tom Hanks, Philip Seymour Hoffman, Julia Roberts, Amy Adams, Ned Beatty, Om Puri, Shiri Appleby, Emily  Blunt.

Politico. Sì, si può trattare la politica anche senza annoiare. L’esempio viene da Mike Nichols (Il laureato, Comma 22, Una donna in carriera, Cartoline dall’inferno, WolfI colori della vittoria, Closer), un maestro che non ha mai perso occasione di raccontare storie con realismo, collocando i personaggi in un quadro schiettamente verosimile, senza falsi pudori, nemmeno ideologici. Questa è la volta di sollevare il sipario (e Nichols ne sa molto anche di teatro) sugli anni ’80 e sulla fase della guerra fredda rimasta finora più misteriosa – e tuttavia d’importanza decisiva per capire l’11 Settembre, l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan, Israele, l’Egitto, l’Arabia Saudita, come dire le sorti del mondo. Nella forma dell’espressione, una commedia; nella sostanza un réportage inquietante tratto dall’omonimo bestseller del giornalista George Crile, il cui sottotitolo recita: The Extraordinary Story of the Largest Covert Operation in History. Tre star del calibro di Tom Hanks, Philip Seymour Hoffman e Julia Roberts contribuiscono a garantire il livello. Nella parte di Wilson, il deputato texano che riuscì a far crescere fino a molte centinaia di milioni di dollari l’investimento amaricano per fronteggiare e invertire a favore degli Usa il predominio sovietico in Afghanistan, Hanks risulta perfetto. Il personaggio non era facile, Wilson è un uomo apparentemente egoista e un po’ cialtrone, interessato più alle donne che alle sorti del Paese. L’attore non smette mai di vestirne i panni, riuscendo al tempo stesso a far emergere poco alla volta qualcosa di più profondo, uno sguardo che sa andare al di là dei favori verso le clientele locali. Merito anche della “trappola” in cui lo attira Joanne Herring (una Roberts quantomai fascinosa), ricca e influente, scontenta dello scarso impegno americano. Ed essenziale sarà l’incontro con l’agente della Cia di origine greca, Gust Avrakotos (Hoffman, in grandissimo spolvero), rude pratico e furbo a sufficienza per affrontare il lucido intrigo che si andrà sviluppando nella mente di Wilson. Il triangolo sprizza intelligenza e simpatia fino a convincere lo spettatore più guardingo della giustezza dell’idea: dare ai Mujahideen i mezzi per sconfiggere gli aggressori e farlo in segreto, come esige la guerra fredda, il che significa nientemeno far arrivare ai fondamentalisti musulmani armi di fabbricazione sovietica passando dai trafficanti israeliani. Insomma un capolavoro, che coinvolge tutta l’area mediorientale. E infatti, l’idea viene a Wilson quando Joanne lo spedisce in Pakistan, a vedere in quali condizioni vivono i profughi afghani. Tutto bene? Da una sceneggiatura tirata in modo magistrale, con i dialoghi serrati e brillanti, persino comici a tratti, e con le scene tagliate secondo un ritmo infernale, dobbiamo aspettarci anche un risvolto che ci porti fino ad oggi. La dedica in coda al film cita Winston Churchill, il primo ministro inglese, il quale ebbe a dire: «Abbiamo cambiato il mondo e poi abbiamo mandato a farsi fottere il finale». E, a proposito di finale, alquando curiosa la storiella che Gust ricorda a Wilson, del sintetico commento del maestro di filosofia Zen ai successivi sviluppi della vita del bambino che aveva avuto in dono un cavallo: «Vedremo», ripetava ogni volta il mestro.

Franco Pecori

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8 febbraio 2008