La complessità del senso
19 11 2017

Whiplash

film_whiplashWhiplash
Regia Damien Chazelle, 2014
Sceneggiatura Damien Chazelle
Fotografia Sharone Meir
Attori Miles Teller, J. K. Simmons, Melissa Benoist, Paul Reiser, Austin Stowell, Nate Lang, Chris Mulkey, Damon Gupton, Suanne Spoke, Charlie Ian, Jayson Balir, C. J. Vana, April Grace, Henry G. Sanders, Sam Campisi
Premi Sundance 2014, Gran Premio della Giuria e del Pubblico. Oscar e Golden Globe 2015, J. K. Simmons: attore non protagonista.

Chiariamo. Charlie Parker (1920-1955) suonò il sassofono, si drogò e morì per il jazz, il suo jazz, la musica nuova che egli aveva nell’animo e nella mente, nuova rispetto allo Swing allora in voga, creativa e rivoluzionaria, incomprensibile e ostica alla maggiorparte dei contemporanei (e a quanti, moltissimi, ancora oggi non conoscono il jazz). L’intento non fu di essere il più bravo tecnicamente, bensì di fare la musica che gli piaceva. Del resto, si può essere grande musicista anche se non si è il più bravo strumentista secondo parametri standard. Qui nel film la musica è molto diversa da quella preferita da Bird. Tuttavia l’accenno a Parker è pertinente anche in quanto il jazzista di Kansas City è tirato in ballo come esempio di massimo livello tecnico strumentale raggiunto sotto una spinta esterna. L’episodio è citato esplicitamente: Parker è ancora un ragazzo quando una notte al Reno Club di Kansas City entra in una jam session nientemeno che con Count Basie al piano, Walter Page al contrabbasso e Jo Jones alla batteria. La prestazione è così scadente che Jo Jones perde la pazienza e umilia il giovane lanciando via un piatto dello strumento. Detto ciò, in nome di una scelta narrativa che non prevede riferimenti troppo implicativi ai problemi estetici posti dal  passaggio dal jazz tradizionale al moderno, accettiamo la preferenza di Damien Chazelle, di privilegiare  il lato competitivo della vicenda e di fare un film quasi “di guerra” entrando negli ambienti di una scuola di musica. In Whiplash le prove non soddisfacenti non sono di Parker ma di Andrew Neiman (Miles Teller, Rabbit Hole 2010), batterista studente al conservatorio di Manhattan. L’insegnante Terence Fletcher (J. K. Simmons), un cerbero fustigatore alla Full Metal Jacket, intuisce che il ragazzo ha della stoffa e lo imprigiona sotto la propria tirannia, pretendendo da lui prestazioni sempre più impegnative, sul piano dell’allenamento fisico e su quello della resistenza psicologica. Il rispetto del tempo musicale è il traguardo assoluto da raggiungere, è il parametro imprescindibile per una formazione orchestrale che esegue pezzi arrangiati soprattutto in senso dinamico e sul concetto dell’insieme, concetto portante in ogni caso, nelle composizioni/esecuzioni di stampo Mainstream come nelle improvvisazioni dell’avanguardia Free. E diremmo nella musica e nella vita in generale! Il film di Chazelle, nato e premiato come corto e poi ancora osannato come lungometraggio al Sundance Festival, ha il merito, anzitutto, di far presente che il jazz esiste ed è forma fondamentale per tutta la musica moderna; e nello specifico, di mostrare i particolari della tecnica della batteria, strumento troppo spesso sottovalutato se non addirittura equivocato. Basti pensare al modo di tenere in mano le bacchette o di accordare lo strumento in consonanza con tutto l’ensemble. Decisivo anche il montaggio (Tom Cross) delle inquadrature, perfettamente coerente con lo sviluppo musicale e con la tecnica esecutiva, in accordo e senza prevaricazioni riguardo al valore espressivo dei personaggi e della loro storia. La pertinenza con cui è trattata la materia musicale risparmia al regista il rischio di adeguamenti al sottogenere “High School” e relative dinamiche sotto prospettive pedagogiche troppo già-viste. Le tensioni, anche spettacolari e drammatiche, di Neiman con l’istruttore sono soprattutto in funzione musicale e gli elementi di vita vissuta riguardano il giovane protagonista sotto la medesima istanza. I rapporti di Andrew col padre, con i parenti e con la provvisoria fidanzatina si vanno assestando, in un senso o in un altro, comunque in soggezione alla primaria passione del ragazzo. Al suo secondo film da regista (visto il primo, Guy and Madeline on a Park Bench, al festival di Torino 2009), il giovane Damien Chazelle (Rhode Island, 1985), batterista anch’egli, attinge alla propria biografia senza darlo a vedere, con discrezione artistica, offrendo al pubblico emozioni adeguate alla situazione in cui si trovano i due personaggi principali. Trionfano le rispettive volontà di raggiungere ciascuno il proprio obbiettivo, Andrew saprà dimostrare il suo valore di musicista e l’istruttore Fletcher saprà cogliere il frutto del suo lavoro anche sul piano del rapporto umano. Molto efficace l’interpretazione di J. K. Simmons.

Franco Pecori

 

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12 febbraio 2015