La complessità del senso
21 09 2017

L’amore bugiardo

film_lamorebugiardoGone Girl
Regia David Fincher, 2014
Sceneggiatura Gillian Flynn
Fotografia Jeff Cronenweth
Attori Ben Affleck, Rosamund Pike, Meil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon, Kim Dickens, Patrick Fugit, Emily Ratajkowski, Missi Pyle, Casey Wilson, David Clennon, Boyd Holbrook, LOla Kirke, Lisa Banes, Sela Ward, Scoot McNairy, Lee Norris.

Alla fine, Nick (Ben Affleck) si domanda, quasi incredulo e sconsolato per gli esiti drammatici del suo matrimonio: Ma come saremo finiti così?. La sensazione è che tra moglie e marito non si tratti nemmeno più – e forse non s’è mai trattato solamente – di mettere o di non mettere il dito. Altro che dito, la domanda del protagonista sfonda il recinto del tema settoriale e allude a una problematica più ampia. Il matrimonio come istituzione e insieme di regole e comportamenti sociali è sempre più un sistema di vita sostanziato dall’influsso delle comunicazioni di massa e della rete complessiva della comunicazione globale, attraverso cui passano le scelte comportamentali e morali, diciamo le condizioni culturali, che regolano la nostra esistenza associata. Dall’economia all’estetica, dalla politica ai traffici commerciali, tutto ciò che ci riguarda (e ci riguarda tutto) va a comporre una “visione del mondo” pesantemente assoggettata alla fruizione massmediologica, al continuo feedback che le trasmissioni ci richiedono e di cui, in maniera esplicita o più spesso implicita tengono conto. La “vendibilità” di una notizia dipende dalla potenzialità della sua rappresentazione e questa non è che la configurabilità più o meno rispettosa delle “attese” del pubblico, le quali sono conformate sul grado di verificabilità e/o riconoscibilità del modello. E il modello si forma e si autoconsolida sull’andamento stereotipo referenziale, accettato o rifiutato che sia (le due componenti sono comunque funzionali). Ovvio che non sia soltanto il matrimonio a essere suscettibile di “curiosità” socio-psico-semio-antropologica, ma David Fincher, autore già apprezzato per le sue propensioni all’indagine situazionale contemporanea con accenti diciamo anticontemplativi (Fight ClubZodiacIl curioso caso di Benjamin ButtonThe Social NetworkMillennium: Uomini che odiano le donne) punta ora la cinepresa sulla convivenza coniugale di oggi per coglierne le estreme tensioni in relazione alla rete di condizionamenti di cui sopra. E siccome si tratta di un regista che vive il suo tempo e sa cosa sia fare un film di successo, partendo dal best seller “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn, compone un cast da far impazzire il pubblico, soprattutto femminile (Affleck) ma anche maschile (la Rosamund Pike di 007 La morte può attendereOrgoglio e pregiudizioAn EducationLa versione di Barney), non trascurando di restare agganciato a una struttura narrativa di genere (thriller) che gli offre meccanismi di suspense tali da funzionare, nel caso specifico, anche in senso metaforico allargato, stimolando riflessioni sulla portanza del senso proprio a partire dal tema matrimonio. Amy (Pike) è una figura mitica per i giovanissimi fruitori dei suoi racconti (e si sa che spesso il mercato utilizza l’affezione dei piccoli), ma “L’Incredibile Amy” è anche una donna terribile, vorace e insaziabile divoratrice di dominanza, per lei la conquista di un uomo non ha limiti discrezionali. Quando le capita un tipo come Nick, ragazzone molto piacente, colto (insegna scrittura creativa) e sostanzialmente benevolo, non le pare vero di assaporarne l’arrendevolezza, magari in chiave di fruibilità erotico sentimentale. Lo sposa e si trasferisce con lui da New York in provincia, nel Missouri. Non tarderà a sentirsi sminuita rispetto agli agi precedenti. E quando poi, addirittura, avendo percepito un certo livello di mutazione nella quotidianità dei rapporti con la moglie, non più così dolce come al primo impatto, il marito provvede a una parziale consolazione extra, Amy entra con pieno gusto nella parte di vendicatrice e organizza una finzione sofisticata quanto implacabilmente efficace. Il giorno del loro quinto anniversario di matrimonio segna l’inizio di un gioco perverso, materia ideale per la locale polizia investigativa (Kim Dickens). Amy “scompare” e presto tutti gli elementi sembrano far pensare alla responsabilità di Nick. Fincher scandisce diaristicamente l’ansia collettiva di “novità” riguardo alla ricerca della donna. Giornali, radio e tv azionano il solito assedio basato sul senso di giustizia popolare, sul tessuto delle convenzioni del risaputo e più comodo circuito morale. A un certo punto, Nick se la vede brutta, tutti credono che Amy sia stata assassinata, inutile qui entrare nei dettagli, le componenti della costruzione “pregiudiziale” sono complicate ma abbastanza semplici nella sostanza. Nick ha dalla sua soltanto la comprensione della sorella Margot (Carrie Coon), non senza una certa fatica nel superare i contrasti nati con lei recentemente. E interviene, al prezzo di una parcella di centomila dollari, la bravura professionale di un avvocato di grido, il quale utilizzerà in parallelo e in senso opposto gli stessi mezzi televisivi che avevano determinato nel pubblico l’idea di colpevolezza del sospettato.  Il regista – qui uno dei pregi specifici del film – attua una specie di opera di smontaggio degli stereotipi dell'”opinione pubblica” proprio attraverso gli stereotipi medesimi che egli mostra, operativi, nella progressiva messinscena. Possiamo usufruire, per dir così, dei materiali messici a disposizione dal film per farci un’idea realistica di come possa funzionare la vita associata oggi, attraverso la trama figurativa dei comportamenti. Questo livello di lettura del film è necessario se si voglia andare oltre il piano interpretativo del “difficile facile”. Altrimenti, conosciuto e compreso l’intreccio (lasciamo allo spettatore), non resterebbe che tornare alla domanda sul “come” si sia finiti nella terribile “prigionia” del condizionamento di una vita incastrata mortalmente nella referenzialità massmediatica. E in verità, sarebbe questo il film da fare. [Festival Internazionale del Film di Roma, linea Gala]

Franco Pecori

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18 dicembre 2014