La complessità del senso
18 10 2017

Andiamo a quel paese

cinema_andiamoaquelpaeseAndiamo a quel paese
Regia Salvo Ficarra e Valentino Picone, 2014
Sceneggiatura Salvo Ficarra, Valentino Picone, Edoardo De Angelis, Devor De Pascalis
Fotografia Roberto Sforza
Attori Salvo Ficarra, Valentino Picone, Tiziana Lodato, Lily Tirrinnanzi, Fatima Trotta, Ludovico Caldarera, Mariano Rigillo, Francesco Paolantoni, Nino Frassica,  Maria Vittoria Martorelli.

Due film in uno. Mettiamo per un momento tra parentesi il problema della mafia in Sicilia, consideriamo che Palermo e Monteforte siano una città e un piccolo centro dell’entroterra perfettamente normali, dove si pensi – come sanno anche i bambini – che vecchie siano le cose e anziane le persone; e dove, come in gran parte del resto d’Italia, essendo la mancanza di lavoro un problema molto difficile da risolvere, sia normale affidare le proprie speranze di sopravvivenza alle uniche entrate sicure, le pensioni dei famigliari. Un pensionato in casa è un tesoro, se non ve n’è, va cercato e conquistato in ogni modo. Scherzando scherzando, Salvo (Ficarra) e Valentino (Picone) si danno esplicitamente alla politica, sostanziando le loro ben conosciute e digeribili (via Tv) mitragliate di battute quasi-surreali di una trama che cerca simpatia. Dove la cerca? Per l’appunto nell’unico social serbatoio dove la possa trovare. I due amici ben noti al pubblico televisivo hanno perso il lavoro e dalla città ripiegano al paese che ha dato i natali a Valentino e a sua moglie, Donatella (Tiziana Lodato). Salvo ha in mente di rintracciare lì un certo onorevole al quale chiederà una raccomandazione. Valentino, al solito, è scettico e riluttante, ma Salvo con la sua solita simpatia lo convince a farsi una ragione della necessità normale di trovare un appoggio adeguato. Intanto, si potrà attuare il piano dello sfruttamento (ma perché usare questa terribile parolaccia?) degli anziani pensionati. La casa di Salvo diviene un “ospizio”, dove vengono accolti i paesani titolari di assegni mensili sicuri e completi di Tredicesima. Valentino tenta in tutti i modi di difendere la propria casa, lasciata libera dai suoi genitori emigrati in Germania, ma una ben più pesante preoccupazione lo coglierà. Salvo inventa per lui un matrimonio che metterà tutti «in una botte di ferro»: il matrimonio con Lucia (Lily Tirinnanzi) la settantenne zia di Donatella. Situazione complicata, si rischia il carcere se non si dimostrerà che quelle nozze sono vere. E c’è in agguato Carmelo (Ludovico Caldarera), il nipote della futura sposa. In più, Valentino rischia di veder sfumare il suo sogno di sposare, invece, la sua ex fidanzata, Roberta (Fatima Trotta). Qui comincia il secondo film, più esplicitamente politico. Accompagnati da una petulante interpunzione di applausi che scoppiano – secondo la consuetudine televisiva consolidatasi da quando si usa semplicemente illuminare a giorno il set degli spettacoli – ad ogni passaggio dove sia più necessario il consenso dello spettatore, assistiamo a una bordata “violenta” di propaganda a favore del matrimonio dei preti. Sul tema in sé, niente in contrario da parte nostra. Ma Ficarra e Picone perdono in eleganza e danno l’impressione di stare eseguendo un programma studiato a tavolino. La forzatura si sente soprattutto nella sceneggiatura. Padre Benedetto (Mariano Rigillo), l’anziano prete di Monteforte, si oppone alle strane nozze di Valentino e Lucia. Sembra lo faccia per il rigore della morale cattolica, ma si scoprirà che è il suo privato a essere in gioco. In un crescendo da campagna elettorale, il buffo brigadiere dei carabinieri (Francesco Paolantoni), contrasta invano il sentimento tra sua figlia Roberta e Valentino. E questi avrà da ringraziare il “coraggio” del prete se potrà finalmente coronare il proprio sogno d’amore. Ancora una sorpresa, rafforzativa della campagna, verrà nel finale. Sarà il barbiere del paese (Nino Frassica) a condurci verso l’ultimo passaggio. Il vocione fuori campo di Alberto Sordi entra sul nero col suo qualunquistico “te c’hanno mai mandato a quel paese”, slancio autorevole per il salto nel nuovo. Finito il film, il Tg (quale numero? non è difficile) ce lo andiamo a vedere ciascuno a casa propria. [Festival Internazionale del Film di Roma, 2014, linea Gala]

Franco Pecori

 

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6 novembre 2014