La complessità del senso
24 09 2017

Aliens vs Predator 2

film_aliensvspredator2.jpgAliens vs Predator: Requiem
Colin e Greg Strause, 2007
Steven Pasquale, Reiko Aylesworth, John Ortiz, Johnny Lewis, Ariel Gade, Kristen Hager, Sam Trammell Robert Joy, David Paetkau Tom Woodruff Jr., Ian Whyte, Chelah Horsdal, Meshach Peters, Matt Ward, Michal Suchanek.

Il come senza il perché. La Guerra dei mondi  (Oscar 1954 per gli effetti speciali di Gordon  Jennings) è lontana. Di quell’arrivo e di quella fine dei marziani sulla Terra ci veniva data spiegazione, solo un po’ “scientifica”, con la voce fuoricampo del finale, mentre un ultimo bip-bip indimenticabile si spegneva insieme alla luce intermittente dell’alieno. Per chi ha avuto la fortuna di “vederli” da adolescente, i marziani sono ancora quelli. Il passaggio ad “alieni/predatori” finisce (la conferma con questa versione 2, che non per niente nell’originale si chiama Requiem) per essere tutt’uno con la trasformazione della fantascienza in videogioco, passaggio dato per definitivo sul versante di un filone ancora in evoluzione tecnologica. Il videogioco, sia pure rappresentato in grande al cinema, non vuole spiegazioni, vive di una sua ripetizione meccanica, in un “a tu per tu” con il giocatore, dal cui contatto riceve l’autorizzazione ad esistere. Eppure, succede che, per una sorta di involuzione, Alieni e Predatori chiedano proprio allo schermo cinematografico un lasciapassare per la fantasia, un passaporto fantascientifico, come se temessero di non poterlo ottenere in versione home. Ne viene fuori un racconto fantasioso (non più fantascientifico né fantastico), in cui regna assoluta l’esibizione del come (tecnica digitale), svuotato del perché, di ogni spiegazione anche soltanto allusiva. C’è lo sceriffo, c’è la cittadina con la piccola comunità convenzionale, ma l’umanizzazione della vicenda non funziona. Da War of the Worlds restiamo lontani. Contano soltanto le probabilità di salvezza contro figure dall’aspetto orripilante e dalle movenze non rispondenti al rapporto spazio-tempo del contesto quotidiano “reale”. Il suono dovrebbe avere la sua importanza, ma il grande spreco di scudisciate elettroniche e di ruggiti assordanti non fa che creare assuefazione. Certo ci si può esercitare quanto si vuole in analisi strutturalistiche – curioso, ad esempio, un certo uso della Preistoria nella costruzione della mostruosità. Ma rischierà di essere un lavoro per accumnulo piuttosto che per semplificazione, l’inchino rispettoso ad un Rambo cibernetico nei confronti del quale il “vero” Rambo somiglia a un fuscello d’erba.

Franco Pecori

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25 gennaio 2008