La complessità del senso
20 09 2017

Lo scafandro e la farfalla

film_loscafandroelafarfalla.jpgLe scaphandre et le papillon
Julian Schnabel, 2007
Mathieu Alamric, Emmanuelle Seigner, Marie Josée-Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Olatz Lopez Garmendia, Jean-Pierre Cassel, Marina Hands, Max Von Sydow, Emma de Caunes.
Golden Globe: film str, Julian Schnabel re.

Meglio non pensare ad una “storia vera”. Schnabel, pittore di successo e regista attento al mondo dell’arte (Basquiat, Prima che sia notte), racconta l’esperienza e la vera drammatica “disavventura” di Jean-Dominique Baudy, 43 anni, direttore della rivista francese Elle, padre di famiglia dalla vita movimentata, il quale un bel giorno resta vittima di un ictus terribile, che lo paralizza lasciandogli libero solo l’occhio sinistro. Risvegliatosi dal coma iniziale, Baudy si rende conto di essere rimasto progioniero del suo proprio corpo “inanimato” (sindrome locked-in), ma non rinuncia a vivere. Userà il battito della palpebra come unica possibile forma di comunicazione, con l’aiuto della dolce logopedista Céline (Seigner) e soprattutto attingendo alle risorse interiori della memoria e dell’immaginazione. È la “farfalla” che gli permetterà di evadere dalla scafandro. E voliamo anche noi dalla stanza dell’ospedale di Berck-Sur-Mer nel mondo fantastico/reale-reale/fantastico per le vie che la palpebra di Jean-Dominique ci suggerisce. Sicché la storia sarà più vera, più pertinente della “storia vera” di Baudy. Percepiremo come in un miracolo emotivo la nascita di un linguaggio, faremo parte dell’evento sperimentale forse più interessante che si possa immaginare, dato che proprio nel linguaggio è la dote distintiva della nostra umanità. Toccheremo con mano, per così dire, la differenza tra sostanza e senso, garantiti dalla funzione fantastica e preservati dall’invasione del “nulla”. Jean-Dominique riesce, con i mezzi che gli rimangono, persino a scrivere un libro. Una prova meravigliosa. Ma più importante è il percorso creativo in quanto tale, attivato dai limiti “tecnici” che lo condizionano. Il regista riesce bene a stare nel gioco soggettivo del personaggio, relazionando la sua particolare visione del mondo con la nostra condizione di spettatori in maniera discreta e insieme partecipe, con un montaggio spazio-temporale ingegnosamente adeguato e con un uso della fotografia (Janusz  Kaminski) perfettamente omogeneo. I contatti di Jean-Dominique con l'”esterno”, nei momenti della memoria, si fondono senza contrasto nel collegamento con lo scafandro, in una dialettica ricca di agganci anche metafilmici, come quando improvvisamente ci sembra di vedere Von Sydow “ricordarsi” del grande Bergman: non è che il padre di Baudy, ma è anche un film/cinema “oltre”, che ci sale alla memoria.

Franco Pecori

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15 febbraio 2008