La complessità del senso
23 09 2017

Soap Opera

film_soapoperaSoap Opera
Regia Alessandro Genovesi, 2014
Sceneggiatura Alessandro Genovesi
Fotografia Federico Masiero
Attori Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Ricky Memphis, Chiara Francini, Elisa Sednaoui, Ale, Franz, Caterina Guzzanti, Diego Abatantuono.

È insolito che un genere di racconto/spettacolo si faccia titolo di per sé. Come si sa, sin dagli anni Trenta del secolo scorso si definì “soap opera” il genere di produzioni televisive a puntate, legate ai – e finanziate dai – saponi o detersivi d’uso domestico. Il target di quei racconti seriali fu in origine molto mirato sulle casalinghe e man mano fu trasferito più genericamente alle famiglie. Inutile riesporre qui il carattere piuttosto rigido e ripetitivo dei personaggi e la relativa prevedibilità delle situazioni. Diciamo soltanto che una legge base della soap opera è sempre stata di poter condurre la narrazione praticamente all’infinito. La costruzione del racconto – altra legge fondamentale – è basata su un livello di rispecchiamento molto esplicito dei modelli di vita “reale”, in modo da chiamare il pubblico a una continua e facile identificazione con i protagonisti, per somiglianza o per contrasto. Ora, intitolare Soap Opera un film commedia italiano del terzo millennio non può non significare, intanto – al di là del riferimento più “istituzionale” alla mitologia di titoli come Sentieri, o Beautiful, o anche Un posto al sole – un invito alla contestualizzazione e al confronto rispetto al complesso di produzioni che, a seguito del cinema neorealistico, hanno preso man mano la forma di commedia post-neorealistica, finendo poi per consolidare il loro inequivocabile carattere “italiano” e riproponendosi, al dunque, per una possibile lettura di un unico racconto a puntate, “aperto” e “infinito” come una nostrana e cinematografica soap opera. Inutile riesporre qui le componenti strutturali e stilistiche. Diciamo che, in quanto generalizzabile, un certo prodotto “leggero”, riferito ai costumi del nostro vivere quotidiano, ha mantenuto nei decenni il legame col pubblico, tanto da risultare il genere più gradito al botteghino. Quanto poi alla qualità del rispecchiamento e alla sua, per così dire, efficacia in termini di evoluzione culturale a confronto con altri tipi di cinema (Fellini, Antonioni ecc.), il discorso si farebbe qui più complesso; e tuttavia non del tutto estraneo all’operazione creativa – giacché di questo si tratta – proposta al pubblico da un regista come Alessandro Genovesi, le cui non nascoste aspirazioni autoriali si sono già rivelate nei due “filmetti” precedenti (La peggior settimana della mia vita 2011, Il peggior Natale della mia vita 2012), anche interpretabili come rilettura del genere. La chiave critica di questa Soap Opera va considerata dunque per la sua filettatura analitica, proprio in riferimento al senso del titolo. Comprensibile l’intento disvelatorio del genere, passando per una mediazione di espressioni artistiche altre come il teatro (la scenografia di riferimento costante è un prospetto ostentatamente teatrale – apprezzabile il lavoro di Tonino Zera), ma alla forte formalità del titolo consegue purtroppo una ridondanza estetica che fiacca il potere evocativo della riconoscibilità, finendo per ridurre “a una dimensione” il rappresentato e inducendo perfino un attore come Diego Abatantuono nell’errore di una recitazione ostentata, in una continua e non richiesta sottolineatura del carattere saponifero – proprio lui così bravo altre volte nella risoluzione ironica di personaggi “insopportabili”. In tutta la trama del film gli altri personaggi soffrono del medesimo esibizionismo del genere, o se si vuole, di quel manierismo che già in altri prodotti d’epoca (Pulp Fiction) ha mostrato la propria sostanziale improduttività, fatta salva la cifra intellettualistica che ne ha garantito una circolazione superstimata presso un target di secondo grado, tutt’altro che target “naturale” (là del pulp, qui della soap). Palese il disagio di Ricky Memphis e di Fabio De Luigi nel rendere fittizio (soap) il carattere dei personaggi, a partire invece dalla inclinazione, per loro solita, a restituire la spontaneità del proprio sentimento d’attore. Paolo e Francesco, i due cuccioloni di mamma, sono chiamati da Genovesi a un lavoro di schematizzazione che sacrifica alquanto le loro possibilità autentiche; e a Cristiana Capotondi si prescrive un ruolo amoroso che presuppone una maturità anche drammatica ancora eccedente rispetto alla bravura dell’attrice “giovane”. La cifra surreale di Ale & Franz fatica a stare nel contesto. Spiritoso il ruolo di Chiara Francini, una diva televisiva stranamente autoironica («Non sono brava, sono le altre che sono cagne»). Fuori dimensione la parte drammatica di Elisa Sednaoui, arrivata da Parigi per dire no al fidanzato e trovatasi “vedova” per il suicidio di lui.  Avrete capito che la vicenda comporta un intreccio più da vedere che da raccontare, tutto si svolge nella notte di Capodanno, in uno scenario semi-astratto, un palazzo in un paese d’oggi coperto da un finto manto di neve. Nasceranno bambini, si  ricomporranno rapporti e sentimenti, sotto lo sguardo di un maresciallo in alta uniforme (Abatantuono) che farebbe pensare perfino al De Sica padre se quella lontana impareggiabile “leggerezza” non si fosse decisamente appesantita. [Film d’apertura al Festival Internazionale del Film di Roma, 2014, linea Gala]

Franco Pecori

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23 ottobre 2014