La complessità del senso
22 11 2017

Scusa ma ti chiamo amore

film_scusamatichiamoamore.jpgScusa ma ti chiamo amore
Federico Moccia, 2008
Raoul Bova, Michela Quattrociocche, Beatrice Valente Covino, Michelle Carpente, Francesca Ferrazzo, Luca Angeletti, Francesco Apolloni, Cecilia Dazzi, Veronica Logan, Cristiano Lucarelli, Ignazio Oliva, Pino Quartullo, Riccardo Sardonè, Luca Ward.

«Me lo scrivo e me lo dirigo». Federico Moccia, dopo i successi dei film tratti da suoi racconti, Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te, ha deciso di agire a tutto tondo: romanzo, soggetto, sceneggiatura (con Chiara Barzini e Luca Infascelli) e perfino un libro che raccoglie le impressioni del regista sul set, Il diario di un sogno (Rizzoli). E’ la storia della diciassettenne Niki (Quattrociocche) con Alessandro Belli (Bova), di 20 anni più grande. Una storia carina, che non fa scandalo. Non è nemmeno il caso di ripensare a Baby Doll o alla Voglia matta. Qui la filosofia del target è molto esplicita e quasi non lascia posto alla narrazione, tanto che la “vicenda” sembra scomparire per offrire il primo piano continuo alla presentazione dei personaggi. Il termine presentazione è tanto più appropriato in quanto Alex è un art director pubblicitario, impegnato in una gara “creativa” che deciderà del suo successo professionale. Dal lato sentimentale l’uomo è in un momento difficile, depresso in crisi di abbandono. Gli amici, ben delineati nelle caratteristiche singole e di gruppo (siamo in zona postvitellonismo), non riescono a consolarlo. Lui sembra che non si accorga del mondo che gli sta intorno e meno che mai di quell’universo “marziano” costituito dai liceali alle soglie della maturità, con il loro linguaggio e con la loro visione falso-sintentica e cifrata. Si comportano verso la vita come un antidolorifico verso il mal di testa, puntano all’efficacia immediata. Le ragazze specialmente, siamo a Roma nel quartiene Trieste (il liceo è il Giulio Cesare, quello di Venditti), si esercitano in forme di amicizia settaria, convenzionale (nel senso di conventicola), poggiata su simbologie spersonalizzanti (il nome di Niki fa da seconda iniziale della sigla Onde, completata da Olly, Diletta ed Erica), che vanno a formare un alibi di riferimento per ogni azione e reazione quotidiana. E ci viene da restare al concetto di presentazione anche nel pieno rispetto delle sensazioni del regista (il sogno del diario), il quale nelle “note di regia” presenta se stesso come omogeneo ai materiali del film, in una cifra di “ingenuità” stilistica degna del vero studente bravo. Dice: «E’ stato difficile e faticoso girare il film ma bellissimo. Vedere le pagine del romanzo che improvvisamente prendevano corpo sulla pellicola è stata una sensazione unica». Gli vogliamo negare un bel voto pieno? Si può non ringraziare Moccia per farci sentire anche noi ragazzi d’oggi, così lontani dalle frasi fatte di una volta e dalla stucchevole poesia delle cartuccelle dei cioccolatini, dove pure Shakespeare diventa una presa in giro? E quel fidanzatino di Niki, perdente, così elegantino nella perfetta tenuta da centro sociale, non ci riconsola di tutti i possibili equivoci sui giovani no-global? E quelle inflessioni-verità delle neo-attrici, che dicono ozzi, me lo disi, carabbignari, non fanno tanta tenerezza?

Franco Pecori

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25 gennaio 2008