La complessità del senso
20 09 2017

La famiglia Savage

film_lafamigliasavage.jpgThe Savages
Tamara Jenkins, 2007
Laura Linney, Philip Seymour Hoffman, Philip Bosco, Peter Friedman, Gbenga Akinnagbe.

La trama e la narrazione. Jon (P. Seymour Hoffman) tiene un corso su Brecht, è professore di college a Buffalo e prepara una pubblicazione. Il tema può riguardare da vicino la sua vita, può essere una chiave di lettura. Sua sorella Wendy (Laura Linney) si muove in un ambito culturale non del tutto lontano, sta tentando la messa in scena di un suo lavoro teatrale nell’East Village. I caratteri dei due sono diversi almeno quanto le loro situazioni personali, accomunati forse da uno strato nevrotico, ciascuno per il suo campo di azione. Le due interpretazioni sono ben all’altezza. Tuttavia il film della Jenkins (attrice passata alla regia con L’altra faccia di Beverly Hills, 1998) non è solo un “film di attori”, proprio perché la dialettica trama-narrazione non resta sulla carta. L’indice di scala ha una prima scossa dal richiamo che viene dall’istituto dove Lenny, il loro anziano padre (Philip Bosco), è ricoverato. Ultimamente l’uomo si mostra più irrequieto del solito. Quando i figli arrivano sul posto si rendono conto di trovarsi di fronte al baratro di una demenza senile. Il problema esiste anche per un certo numero di spettatori nel mondo, altri possono partecipare comunque, ciascuno con la propria sensibilità. Ma il pur consistente fondamento sociologico non determina di per sé la qualità del racconto. Lo scatto decisivo è dato dalla bravura con cui la regista e gli attori fanno emergere dalle scelte di angolazione e dai comportamenti la presenza viva del tema, rendendolo singolare e speciale. Lontananza e vicinanza si rivelano come due parametri caratteriali che decidono le soluzioni di una catena drammatica misurata sul dato esistenziale, fino a dar corpo a malesseri vivi, a sentimenti la cui ragione diacronica è risolvibile nello spettacolo della quotidianità. I Savage sono anche un ritratto del mondo “civile”, della sua impressionante progressione senile, della disperazione che essa può comportare nel disegno complessivo di un futuro sempre più relativo. Ma anche la “disperazione” è relativa, dice il film. Con l’aiuto di Brecht, della coscienza del vivere e del rappresentare, e con l’articolazione di una messa in scena adeguata alla contemporaneità, Jon e Wendy faranno della triste esperienza col padre tesoro per una ripresa di umanità altrimenti non facile. E spunta persino un sorriso.

Franco Pecori

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25 gennaio 2008