La complessità del senso
18 11 2017

Signorinaeffe

film_signorinaeffe.jpgSignorinaeffe
Wilma Labate, 2008
Filippo Timi, Valeria Solarino, Sabrina Impacciatore, Fausto Paravidino, Rosa Pianeta, Giorgio Colangeli, Fabrizio Gifuni, Clara Bindi, Gaetano Bruno, Luca Cusani, Marco Fubini, Veronica Gentili, Luigi Lavagetto, Ulderico Pesce, Rosa Pianeta, Alessandra Vanzi, Roberta Carluccio.

Ah le tute blu! Non se ne parla molto, è vero. Gli operai non fanno “cassetta” come ai tempi in cui andavano “in Paradiso” e Petri vinceva a Cannes, 1972. Gli operai di Wilma Labate sono dell’alba del decennio successivo, gli anni dei quali a Sanremo ci si chiese poi cosa sarebbe restato. E li vediamo oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo. Bisognerebbe cominciare dal finale del film, ma le buone regole dicono che non si fa. Comunque, pure senza la sequenza di chiusura, che ci porta al 2007 in un flash istruttivo sul destino dei due protagonisti, il senso politico della sceneggiatura è abbastanza chiaro. Uno spettatore che non sapesse niente degli anni Ottanta (può accadere, visto che il pubblico che paga il biglietto è “giovane”), almeno due cose le potrà afferrare: gli operai della Fiat rifiutavano i licenziamenti (la fabbrica annunciava tagli pesantissimi), il posto di lavoro in pericolo si rifletteva sulla vita privata e sui sentimenti delle persone e delle famiglie. Si rifletteva tanto che può sembrare perfettamente normale, ancora oggi, mettere al centro della dura battaglia sindacale di allora, quale fu lo sciopero di 35 giorni a Torino con la storica e inversa marcia dei 40 mila “colletti bianchi” (fine del “potere operaio”), la crisi esistenziale di una giovane impiegata, combattuta tra l’interesse per Silvio (Gifuni), ingegnere e “garanzia” di un futuro libero dalla schiavitù della catena di montaggio, e l’attrazione per Sergio (Timi), operaio alle presse e scioperante convinto. Anche sociologicamente, tutto chiaro. La famiglia di Emma (Solarino) viene dal Sud. Il padre ha lavorato sodo nella Fiat anche perché la figlia potesse laurearsi e adesso non vede di buon occhio i disordini in fabbrica. C’è un gradino da salire per una “felicità” alle porte. Il discorso politico, ciascuno lo può continuare, collegandosi all’attualità poco confortante di un contesto per molti versi irragionevole, dove produzione e consumo, cultura e progresso, materiale e spirituale, pace e violenza sono parametri incerti, tanto da ridivenire rigidi e non dialettici, blindati in un analfabetismo di ritorno paradossalmente intollerante e preoccupante. Ma qui siamo a parlare di un film e la sceneggiatura non basta. Decide il piano espressivo, altrimenti tanto varrebbe attenersi al cartaceo. E il film non convince, nonostante l’impegno degli attori, tutti bravi. Si avverte una differenza qualitativa a vantaggio del versante documentaristico. La regia è più efficace nei momenti di “rafforzo” narrativo che vengono dalle citazioni di materiali d’epoca (quei Tg con quel loro linguaggio “disponibile”, quel Berlinguer in piazza, così poco conciliante); e debole, invece, quando si tratta di “affondare” nel contrasto soggettivo, interiore, di Emma come di Sergio. Entra in gioco lo “sceneggiato” ed è un vero peccato. La tipologia può uccidere.

Franco Pecori

 

dicono_videocamera2.jpg

guarda il video dell’intervista
a Wilma Labate
di Francesco Gatti per Rainews24

Print Friendly

18 gennaio 2008