La complessità del senso
23 06 2018

Feyerabend, Contro il metodo

 

Il filosofo della scienza Paul Karl Feyerabend (Vienna, 1924 – Zurigo, 1994) partì  da Karl Popper per approdare a posizioni, che egli stesso definì anarchiche, avverse al razionalismo scientifico. Feyerabend insegnò all’Università di Berkeley (California), a  Londra, Berlino, Yale e  ad Auckland (Nuova Zelanda). Famoso il suo libro del 1975, Against Method (Contro il metodo, Feltrinelli, 1979), per le polemiche che suscitò.  L’autore vi sosteneva che sarebbe stato lo stesso Galileo a “tradire” il metodo sperimentale.

  
  filosofia_feyerabend.jpg
Paul Karl Feyerabend in cucina

Feyerabend parla del suo libro

«Nella scienza troppe approssimazioni»

Dall’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche – Rai Educational, 1993

«In realtà, a leggerlo con attenzione, il mio libro intitolato Contro il metodo è indirizzato principalmente contro la cosiddetta “filosofia della scienza” che pretende di rendere semplice quanto di complesso è affermato dagli scienziati. In quel libro cerco di individuare il metodo delle scienze e scopro che, in realtà, non ne hanno uno. Non si trattava di una scoperta sconvolgente: lo era solo per la comunità filosofica. Oggi la maggior parte degli storici della scienza danno per scontato, mi pare, che lo scienziato non si limita semplicemente a costruire una regola per poi pretendere che essa sia sempre seguita. Inoltre, la parola scienza copre molte realtà diverse. C’è la macroeconomia; c’è Konrad Lorenz con le sue anatre; c’è la fisica; c’è la topologia, la quale pure è una scienza; e c’è anche la teologia. Anzi, come è noto, la teologia fu una delle prime scienze. Sono tutte la stessa cosa? Nient’affatto!

Che senso ha, allora, il discorso sulla “verità” della scienza? Che senso ha parlare della scienza come unità? Per me, si tratta solo di fantasmi. Mi rendo conto del valore pratico della “verità” nelle pubbliche relazioni: se uno dice che la verità è in un certo posto, qui affluisce subito il denaro, qui si concentrano gli sforzi di studio, e così via. Ma a parte questo – e a parte gli usi pratici della parola verità, come nell’espressione: “Dimmi la verità, davvero hai avuto una relazione mentre ero fuori?” – le questioni riguardanti la verità della scienza o del mito non hanno per me molto senso. Per me ha senso, invece, che una società, un gruppo, dedichi tutto se stesso alle scienze – al plurale – o a qualche mito, poiché di entrambi abbiamo bisogno.

Oggi, per esempio, alle scienze chiediamo di rispondere a finalità ecologiche, perché siamo assediati dai rifiuti prodotti della scienza. Siccome solo gli scienziati possono manipolare i rifiuti della scienza, abbiamo ovviamente bisogno di loro. È un po’ come se uno scoprisse un particolare tipo di vernice indelebile per la tinteggiatura dei muri; se a un certo punto ci stanchiamo di quel particolare colore e lo vogliamo togliere, avremo bisogno degli stessi personaggi che l’avevano applicato, perché solo loro sanno qualcosa di quella vernice. Questa è oggi una delle ragioni per cui abbiamo ancora bisogno della scienza. Quel che voglio dire è che a molte delle scienze che si vedono oggi in giro non farebbe male un pizzico di poesia per rimettere le cose in una giusta prospettiva. Anche il mito può essere oppressivo quanto una teoria scientifica. E in realtà i miti sono stati nocivi, hanno portato la gente in strani stati mentali e l’hanno indotta a comportamenti stravaganti. Si pensi, ad esempio, al mito nazista, che pure non è un mito in grande stile.

Bisogna, dunque, essere più precisi. Non si può parlare genericamente di scienza e mito, poiché ci sono diversi tipi di mito, come ci sono diversi tipi di scienza. Questioni generali come “scienza o mito” non hanno molto senso. Eppure proprio di questo genere sono le questioni di cui si occupano i filosofi….

Un pilota di auto da corsa non saprebbe dire in dettaglio tutto quello che sa; può solo dimostrarlo guidando l’auto in alcune situazioni estreme. Lo stesso vale per gli scienziati. Alcuni storici della scienza sostengono che ormai è molto difficile stabilire il punto di distinzione e connessione fra il livello sperimentale e quello della cosiddetta teoria. In realtà, la loro relazione include molti elementi arbitrari, le cosiddette approssimazioni. A volte un’acquisizione, un certo risultato scientifico comporta una specie di accordo “politico” fra diversi tipi di partiti, in cui uno cede qualcosa di qua, un altro cede qualcosa di là, e poi, “finalmente si può pubblicare”, come si dice».

 

________________________________________

 

Il 15 marzo 1990, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, in un discorso a Parma, riprese, tra l’altro, una frase di Paul Karl Feyerabend sul processo a Galileo Galilei. Riferendosi anche a quell’intervento, alcuni docenti e un gruppo di studenti della Facoltà di Fisica hanno manifestato contro l’invito del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma al Papa Benedetto XVI ad intervenire il 17 gennaio 2008 all’inaugurazione dell’Anno accademico. Il Papa ha «ritenuto opportuno soprassedere all’evento». Di seguito riportiamo il discorso di Ratzinger del 1990.

 

  

Joseph Ratzinger:  Il dubbio della modernità

Da Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti, Ed. Paoline, 1992

 

Nell’ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall’uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile. Particolarmente significativo di tale cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso modo con cui si giudica il caso Galileo. Questo fatto, ancora poco considerato nel XVII secolo, venne – già nel secolo successivo – elevato a mito dell’illuminismo. Galileo appare come vittima di quell’oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. Bene e male sono separati con un taglio netto. Da una parte troviamo l’Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l’avversario della libertà e della conoscenza. Dall’altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo; ecco la forza del progresso e della liberazione dell’uomo dalle catene dell’ignoranza che lo mantengono impotente di fronte alla natura. La stella della Modernità brilla nella notte buia dell’oscuro Medioevo (1).

Secondo Bloch, il sistema eliocentrico – così come quello geocentrico – si fonda su presupposti indimostrabili. Tra questi, rivestirebbe un ruolo di primo piano l’affermazione dell’esistenza di uno spazio assoluto; opzione che tuttavia è stata poi cancellata dalla teoria della relatività. Egli scrive testualmente: «Dal momento che, con l’abolizione del presupposto di uno spazio vuoto e immobile, non si produce più alcun movimento verso di esso, ma soltanto un movimento relativo dei corpi tra loro, e poiché la misurazione di tale moto dipende dalla scelta del corpo assunto come punto di riferimento, così ?qualora la complessità dei calcoli risultanti non rendesse impraticabile l’ipotesi? adesso come allora si potrebbe supporre la terra fissa e il sole mobile» (2).

Curiosamente fu proprio Ernst Bloch, con il suo marxismo romantico, uno dei primi ad opporsi apertamente a tale mito, offrendo una nuova interpretazione dell’accaduto. Il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo. Fin qui, Bloch espone solo una concezione moderna della scienza naturale. Sorprendente è invece la valutazione che egli ne trae: «Una volta data per certa la relatività del movimento, un antico sistema di riferimento umano e cristiano non ha alcun diritto di interferire nei calcoli astronomici e nella loro semplificazione eliocentrica; tuttavia, esso ha il diritto di restar fedele al proprio metodo di preservare la terra in relazione alla dignità umana e di ordinare il mondo intorno a quanto accadrà e a quanto è accaduto nel mondo» (3).

Se qui entrambe le sfere di conoscenza vengono ancora chiaramente differenziate fra loro sotto il profilo metodologico, riconoscendone sia i limiti che i rispettivi diritti, molto più drastico appare invece un giudizio sintetico del filosofo agnostico-scettico P. Feyerabend. Egli scrive: «La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione» (4).

  
filosofia_galileomostrapianoinclinato.jpg
Galileo mostra il piano inclinato agli studenti, affresco di Giuseppe Bezzuoli, Museo Zoologico “La Specola”, Firenze.

Dal punto di vista delle conseguenze concrete della svolta galileiana, infine, C. F. Von Weizsacker fa ancora un passo avanti, quando vede una «via direttissima» che conduce da Galileo alla bomba atomica. Con mia grande sorpresa, in una recente intervista sul caso Galileo non mi è stata posta una domanda del tipo: «Perché la Chiesa ha preteso di ostacolare lo sviluppo delle scienze naturali?», ma esattamente quella opposta, cioè: «Perché la Chiesa non ha preso una posizione più chiara contro i disastri che dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo aprì il vaso di Pandora?». Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. […] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica».

(1) Cfr. W. Brandmüller, Galilei und die Kirche oder das Recht auf Irrtum, Regensburg 1982.
(2) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920; Cfr F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 110.
(3) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920s.; F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 111.
(4) P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, FrankfurtM/Main 1976, 1983, p. 206.

 

Print Friendly

15 gennaio 2008