La complessità del senso
21 09 2017

Il club di Jane Austen

film_ilclubdijaneausten.jpgThe Jane Austen Book Club
Robin Swicord, 2007
Kathy Baker, Maria Bello, Marc Blucas, Emily Blunt, Amy Brenneman, Hugh Dancy, Maggie Grace, Jimmy Smits, Kevin Zegers, Lynn Redgrave.

Letteratura  e cinema non vanno quasi mai d’accordo. Mai, in senso stretto. Schermo e parola scritta hanno nel loro destino una fatale diversità. Il che non significa incomprensibilità. Anzi, non dobbiamo dimenticare che il significato e il senso delle “immagini” si traduce comunque in parola, non solo quando – come adesso – ne scriviamo, ma nel momento stesso che ne fruiamo, cioè le vediamo e, secondo un linguaggio interno, le “leggiamo”, le interpretiamo, le valutiamo. Certo, le parole che “traducono” le immagini possono essere di volta in volta diverse. Dipende dal contesto. Diverse come la vita e la storia di ciascuno. Ma non tanto diverse da essere, in sé, incomprensibili. Potremo sempre, volendo, assumerne il senso. Il discorso ci viene dalla struttura di questo film che sembra molto convenzionale e salottiera, ma invece ha una sua “profondità” tutt’altro che immediata. La figura della signora Jane Austen è l’equivalente di un campo minato. Il campo è il luogo dove si gioca l’esercizio “perditempo” di sei personaggi impegnati (siamo a Sacramento, nella California di oggi) nella lettura “ragionata” di altrettanti libri della scrittrice in oggetto: una specie di “club del libro” dedicato a Jane Austen, la preromantica autrice britannica di fine Settecento. Il concetto di “campo” è alternativo rispetto al recente film di Julian Jarrold, di carattere biografico, sul medesimo personaggio – Becoming Jane, visto nell’ottobre 2007. Mentre lì ci si immedesimava nel disvelamento di un carattere a tutto tondo, ora siamo invitati ad un continuo confronto “ragionato” e sorprendente (le mine) tra casi letterari e loro corrispondenze diacroniche (l’oggi e il qui rispetto all’altrove di “c’era una volta”). Somiglianze e diversità, analogie e similitudini, il tutto restando fedeli alla lettura dei libri, sei titoli della Austen: Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger, Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Persuasione. Morale, cambiano i tempi ma certe strutture si conservano e possiamo imparare la lezione di vita. Ma niente noia. Gli attori e le attrici ispirano simpatia e traducono in quasi-immediatezza sentimenti, comportamenti e azioni/reazioni in termini di contemporaneità/attualità. Il giocattolo funziona, tanto che pur essendo, a sua volta, frutto di un romanzo (Il club di Jane Austen, di Karen Joy Fowler), può risultare anche meno letterario, cioè vicino al “vero”, di tanti film “realistici”.  E possiamo divertirci a “controllare” quanto di allusivo vi sia nella pagina di un libro rispetto al “testo” della nostra vita, che spesso ci dimentichiamo di “leggere” – come non dobbiamo distrarci dall’osservare e seguire i personaggi del film, che la regista con discrezione creativa ci mette accanto, per compagnia. In questo senso l’assurdo matrimonio tra letteratura e cinema può anche non finire male.

Franco Pecori

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18 gennaio 2008