La complessità del senso
18 11 2017

Posh

film_poshPosh
Regia Lone Scherfig, 2014
Sceneggiatura Laura Wade
Fotografia Sebastian Blenkov
Attori Max Irons, Sam Clafin, Douglas Booth, Holliday Grainger, Freddie Fox, Natalie Dormer, Jessica Brown Findlay, Sam Reid, Ben Schnetzer, Tom Hollander, Anastasia Hille, Olly Alexander, Jack Farthing, Matthew Beard, Josh O’Connor, Gino Picciano, Mike Facherty, Rachel Redford, Aki Omoshaybi, Teresa Churcher.

Dopo aver praticato a lungo un cinema in bilico tra lo storico metodo “dogmatico” di Lars Von Trier e una discreta umanizzazione della lezione neorealistica, la danese Lone Scherfig (Italiano per principianti 2000, An Education 2009, One Day 2011) si esercita a tradurre per lo schermo il lavoro teatrale di Laura Wade, qui autrice della sceneggiatura. Nelle università inglesi di Oxford e Cambridge persiste la tradizione di club esclusivi, circoli formati dagli studenti provenienti dagli strati più alti della società. Ciascuno di questi club vive di regole molto rigide, tendenti alla conservazione anche ideale dei privilegi relativi alla provenienza dei membri. In pratica, possono formarsi delle vere e proprie entità autonome, le quali obbediscono a logiche anche estreme, oscillanti tra formalismo arrogante e disprezzo per la realtà “esterna” – caratteristiche possibili, sostanzialmente, grazie alla solidità economica delle famiglie. E’ una specie di nobile cameratismo che si nutre, nei momenti rituali, dell’energia sfrenata ma “controllata” dei giovani rampolli dell’Inghilterra di oggi, alla stessa maniera di quanto accadeva già nel 1776, anno in cui, a Oxford, fu fondato lo storico Riot Club. Una breve e opportuna premessa “documentaria” ci viene fornita dalle scene d’epoca dell’inizio, mentre passano i titoli d’apertura. Poi si svolgono lunghe sequenze di configurazione dell’ambiente e dei personaggi attuali. Protagonisti sono i dieci giovani che vanno a comporre il club, assistiamo al tratteggio insistito e vagamente compiaciuto delle situazioni, entriamo nella vita del Riot, impariamo le regole e i condizionamenti che porteranno alla celebrazione della prima cena semestrale, come vuole la tradizione. Secondo osservanza, il locale che il gruppo ha scelto e riservato, verrà letteralmente distrutto dallo sfogo conclusivo dei commensali, i quali celebreranno con tale atto “liberatorio”, la propria scostumata supremazia sociale. Il termine “posh” (elegante, lussuoso, raffinato, aristocratico),  sta per Port Out Starboard Home, espressione che indicava il settore più adatto ai passeggeri di riguardo delle navi britanniche durante gli antichi viaggi verso l’India. Il rito si compie, i giovani si ubriacano e si sfrenano nella demolizione, senonché un elemento estraneo si oppone all’esito prestabilito della serata. Punti di tensione dialettica, con accenni al disprezzo politico per l'”invidia” da cui sarebbero mosse le istanze laburiste e via dicendo, entrano nel gioco perverso della serata, dove non è nemmeno estranea la componente differenziale non solo dei caratteri ma delle diversità, per quanto sfumate, di provenienza sociale tra i membri del circolo. Il proprietario del ristorante non ci sta a sentirsi umiliato fino in fondo dall’arroganza dei ricchi e viziati festaioli, non gli basta l’indennizzo in moneta che gli viene offerto e tenta una protesta interrompendo il vandalismo del gruppo. Il finale si fa violento e i ragazzi del Riot rischiano di vedere compromessa la propria reputazione, dovranno pagare il prezzo di un compromesso morale. Intanto, per il complicarsi della vicenda, è andato in malora il sentimento che era nato tra Alistair (Sam Claflin) e Lauren (Holliday Grainger), la giovane  conosciuta al primo contatto con il college, prima che il ragazzo fosse cooptato nel club. Importante il rifiuto di Lauren (brava l’attrice) ad accettare il comportamento non lineare di Alistair nei suoi confronti. E’ il momento di giudizio meno implicito, affidato a un ruolo femminile, verso la grave problematicità del perdurare di un sistema sociale così implicativo di forzosi esclusivismi. E’ anche, dal punto di vista della costruzione spettacolare, la chiave di accentuazione possibilista per una lettura non dirompente e più legata alle consuetudini diegetiche ricollaudabili attraverso gli schermi televisivi. Il prezzo morale che Alistair deve pagare viene bilanciato sul versante sentimentale e il peso, in un certo senso, si scarica sul cuore della ragazza, che – come si sa – è più forte e capace di resistere alle attrazioni di una società malata di pervasivo opportunismo. Nel complesso, il film della Scherfig, ben sostenuto a livello divistico da star attuali come il Sam Claflin di Hunger Games – La ragazza di fuoco, o come Max Irons (The Host) e Douglas Booth (Romeo e Giulietta), mostra forse un limite di sostanza. C’è da domandarsi fino a che punto il problema dei club universitari di Oxford meriti una tale attenzione, nel quadro più generale dell’evoluzione dei costumi e delle culture, del processo travolgente quale può presentarsi oggi all’occhio di una cinepresa critica e consapevole della futuribile importanza dei comportamenti e delle scelte anche artistiche.

Franco Pecori

 

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25 settembre 2014