La complessità del senso
21 09 2017

Un ragazzo d’oro

film_unragazzodoroUn ragazzo d’oro
Regia Pupi Avati, 2014
Sceneggiatura Pupi Avati
Fotografia Blasco Giurato
Attori Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli, Christian Stelluti, Osvaldo Ruggieri, Tommaso Ragno, Sandro Dori, Fabio Ferrari, Antonio Caracciolo, Fabrizio Amicucci, Vanni Fois, Michele Sueri, Viola Graziosi.

Si può anche impazzire. Se per la via incontrate un uomo sulla trentina andare con l’aria un po’ sconclusionata prendendo di petto i passanti senza una ragione apparente e se quell’uomo ha le sembianze di Riccardo Scamarcio, non fate confusione con la realtà: si tratta di Davide Bias, il protagonista di Un ragazzo d’oro, il film che Pupi Avati ha realizzato pensando alla vicenda interiore di un figlio bravo e intelligente, legato alla figura paterna in maniera ossessiva. Davide non riesce a chiarire fino in fondo le contraddizioni che dal genitore, nel tentativo di risolvere il proprio problema di scrittore creativo confinato ingiustamente (secondo lui) nell’ambito pubblicitario, ha finito per ereditare e trasferire dentro di sé, fino a mettere in gioco e a rischio i rapporti affettivi che lo legano alla fidanzata Silvia (Cristiana Capotondi). Nella vecchia casa dov’è cresciuto, lo studio di quel padre, autore di sceneggiature di film di serie B ma con la segreta aspirazione di scrivere finalmente il libro della propria vita, conserva i segreti di un uomo frustrato e imprigionato nei condizionamenti dell’industria culturale, dove per tanti anni ha trionfato l’opportunismo della volgarità. Davide, proprio mentre subisce l’ultimo di una serie di rifiuti da parte di editori che non ne vogliono sapere di pubblicare i suoi racconti, riceve la telefonata della madre (Giovanna Ralli) che gli dà la notizia della morte improvvisa del padre. I funerali sono l’occasione per riportare in superficie il disagio del rapporto difficile di Davide col genitore, senonché all’uscita dalla chiesa compare la figura di Ludovica Stern (Sharon Stone), editrice alla quale – racconterà ella stessa – lo scrittore defunto aveva promesso un libro autobiografico. Il film prende una nuova direzione. Davide, attratto anche dal fascino di Ludovica, s’immerge nella ricerca di tracce scritte di quel testo misterioso e forse rivelatore, lo studio paterno diviene il tempio di un’immersione totale in un mondo segreto che potrebbe cambiare l’ottica secondo cui il figlio ha visto e giudicato finora la “mediocrità” del padre. E succede qualcosa di più, Davide finisce per volersi identificare con Ettore fino a proporsi di scrivere egli stesso quel libro. Sarà anche l’occasione per rivedere la bellissima donna che attende da lui la consegna del manoscritto. Ma finita l’opera, si chiude il cerchio malefico dei costruttori di spazzatura e Davide si trova ad assistere ancora a una celebrazione indegna delle qualità paterne (il nome di Tarantino ricorre più di una volta durante il film). Si può anche impazzire. Avati conferma la propria insistenza a guardarsi dentro, alla ricerca di una sincerità anche artistica sempre difficilissima da perseguire. E’ una qualità da preservare nel contesto attuale della comunicazione di massa e dell’elettronica polverizzata e globale, così invadente da riguardare la scansione quotidiana della vita di ciascuno. Tuttavia il film è deludente nella progressione drammatica pre-scritta dalla sceneggiatura (premiata a Montreal, al Festival des films du Monde) e finisce per restare a metà tra piccola cronaca e introspezione analitica, senza trovare la sintesi necessaria per dare il giusto senso espressivo alle prove degli attori (cast importante e di richiamo). La stessa polemica contro le volgarità artistiche (le citazioni di Alvaro Vitali e di Renzo Montagnani) finisce per essere lo spettacolo di un sorpasso ormai avvenuto da un pezzo, data l’ulteriore evoluzione dei linguaggi, con l’inutile e confuso recupero del valore documentario del film, l’utopica costruzione collettiva di opere con materiali provenienti dal cumulo indistinto dei cellulari, la patetica ansia di “democraticità” del giudizio estetico (via la Giuria dai festival?), la scomparsa del periodo ipotetico dai testi giornalistici anche “importanti”.

Franco Pecori

 

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18 settembre 2014