La complessità del senso
22 09 2017

Cous Cous

film_couscous.jpgLa graine et le mulet
Abdellatif  Kechiche, 2007
Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouïa Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre, Leila D’Issernio, Abdelkader Djeloulli, Bruno Lochet, Olivier Loustau, Sami Zitouni, Sabrina Ouazani, Mohamed Benabdeslem, Hatika Karaoui, Nadia Taouil, Henri Rodriguez. 
Venezia, Premio Speciale della Giuria, Premio Marcello Mastroianni ad Hafsia Herzi (migliore attrice emergente)

Il couscous di pesce (grano o semola, muggine e altri ingredienti sapientemente cucinati nella tradizione araba nordafricana) è il cibo capace di raccogliere, la domenica e nelle altre feste, tutta la famiglia attorno a una sorta di tavolo “pacificatore”, che appiana se non risolve almeno per qualche momento i problemi anche dei componenti più “irrequieti”. La famiglia allargata, figli mogli e mariti, è quella di Slimane (Boufares), operaio maghrebino del piccolo porto di Sète, vicino a Marsiglia. Slimane ha 61 anni e per lui non c’è più posto nell’impresa, che ormai è orientata, come dettano le nuove economie, su tagli e rapporti precari. Dopo 35 anni di lavoro, l’uomo, triste e introverso, si sente quantomai straniero e rifiutato. Gli resta la comunità araba, gli amici pescatori e musicisti, la moglie da cui ha divorziato, la donna con la quale adesso vive comunque da “separato”, i nipotini che lo inteneriscono, Rym (Herzi) la figlia acquisita che gli vuole bene. Ma il couscous della domenica non basta più. Slimane è orgoglioso e insieme a Rym progetta di aprire un ristorante su un vecchio barcone da ristrutturare. La prima moglie, brava nel piatto preferito da tutti, lo aiuterà in cucina. E però ci vogliono gli euro dalla banca e i permessi “francesi”. L’idea, allora, è di fare una bella festa sulla barca, invitando proprio le “personalità” cittadine. Si convinceranno che il progetto può reggere. Li convincerà il couscous. Poi nel finale una suspense, che non va raccontata. A prescindere, ha peso il racconto di “vita quotidiana”, con l’intreccio, la commistione e la sovrapposizione di piani linguistici e di comportamento, insomma culturali, tessuto complesso derivante dalla società multietnica ormai consolidata eppure non ancora “sciolta” in una vera fusione. Detto così, niente di straordinario, diremmo anzi un’idea piuttosto à la page. Ma il franco-tunisino Kechiche, forte dei riconoscimenti della critica per una certa “naturalezza” (qualcuno ha parlato di naturalismo) nel trattare personaggi e storie (Tutta colpa di Voltaire – Venezia 2000, Premio Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, La schivata, miglior film ai César 2003), ha insistito nella sua poetica, proponendola ora in maniera più esplicita ed “estrema”. L’impressione è di seguire una registrazione “continua” della vita “normale” di un gruppo di persone. I tempi e gli spazi sembrano quelli della “realtà”. E se ci si abbandona alla fruizione, si è quasi presi dall’illusione mitica zavattiniana, del film lungo quanto la vita di un uomo. È questo atteggiamento verso i “materiali” che fa del cinema di Kechiche un qualcosa di “nuovo” nel contesto contemporaneo, pieno di spettacolarità artefatte, di effetti, animazioni e favole/fumetto. Anche il sexy “spontaneo” della bravissima Hafsia Herzi appartiene alla medesima zona espressiva, tendente alla spontaneità. Certo il background popolare aiuta. Tuttavia il film, che viaggia sul filo del rasoio storico (con quella faccia da Ladri di biciclette del protagonista), qualche piccola feritina la lascia sanguinare. Certo Kechiche non è inconsapevole della modernità del cinema, ma un conto erano le preferenze di Bazin (padre della Nouvelle Vague) per le inquadrature “lunghe”, lasciate “vivere” prima del taglio di montaggio, per cogliere i possibili segreti e imprevisti della “realtà”, un conto è il rischio dell’ingenuità programmatica (e politicamente “giusta”), che fa dell’obbiettivo della cinepresa un complice non rischiesto per un “agguato” risaputo. Viene in mente, a proposito di culinaria popolare, una battuta di Jean Renoir: «La minestra di cipolle non abbastanza rosolate mi fa venire una gran voglia di andare a pranzo in un grande ristorante».

Franco Pecori

 

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guarda il video dell’intervista
ad Hafsia Herzi
di Francesco Gatti per Rainews24

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11 gennaio 2008