La complessità del senso
19 11 2017

Io sono leggenda

film_iosonoleggenda.jpgI Am Legend
Francis Lawrence, 2007
Will Smith, Alice Braga, Charlie Tahan, Alli Richardson, Willow Smith, Darrell Foster, April Grace, Dash Mihok, Joanna Numata.

Lo scampanio di una chiesetta bianca e montana (Vermont, dev’essere una domenica), una canzone di Bob Marley e forse l’eroismo leggendario del colonnello-scienziato Robert Neville (Will Smith) salveranno (tra pochi mesi, tra pochi anni) quel che sarà restato dell’umanità. Veramente Neville crede ormai di essere rimasto solo, lui e il suo cane, nella deserta New York e anche nel mondo. Continua a inviare quotidianamente un messaggio via radio, ma da tre anni nessuno risponde. Lo spettatore però no, non può credere che quella micidiale solitudine resti definitiva e si aspetta che da un momento all’altro qualcuno arrivi. Neville, mentre continua nel suo laboratorio a tentare di trasformare il proprio sangue immune in un vaccino per gli infettati da una fulminea epidemia virale, gira guardingo per le zone desolate, sapendo che prima o poi incontrerà gli Infetti, assetati di sangue. Mirabilmente scenografata (Naomi Shohan) e fotografata (Andrew Lesnie), la metropoli abbandonata avvolge il personaggio in un incubo surreale che a tratti si fa coprotagonista. La psicologia di Neville, “uomo solo” rischia di rimanere segnata irrimediabilmente. Ma la fiducia dello spettatore non può non essere premiata. Sbuca dal nulla una giovane madre col suo figlioletto. Ha ascoltato la voce del colonnello alla radio, è diretta nel Vermont, dove l’aria di montagna e il freddo hanno salvato la gente dal virus. Per un attimo l’incubo sembra sciogliersi, c’è persino il modo di riascoltare un reggae d’amore e di pace del giamaicano spirito-guida di un passato ormai sbiadito (la giovane non riconosce quella voce e Neville, invece, lui che porta lo stesso nome dell’amico di gioventù di Marley, si emoziona e quasi “ritorna in sé”). Dall’antirazzismo e dal pacifismo in musica si passa direttamente alla fede in Dio. La ragazza ce l’ha e non ha dubbi sulla possibilità di salvarsi. Invita Neville a seguirla, ma nel colonnello prevale il senso del dovere. La minaccia degli Infetti si fa sempre più vicina, la loro horribile violenza sembra dover prevalere. Per l’eroe leggendario (il romanzo è di Richard Matheson) è arrivato il momento dell’ultimo gesto. E per lo spettatore il dolce suono delle campane lassù nel Vermont. Gli sceneggiatori, Mark Protosevich e Akiva Goldsman, dicono di essersi ispirati a The Omega Man (1975: Occhi bianchi sul Pianeta Terra). Ma nel film di Boris Segal (1971) gli assetati di vendetta avevano individuato il “nemico” nelle armi chimiche, mentre questa più recente epidemia è frutto di una sperimentazione a fin di bene (una ricerca per il vaccino contro il cancro). E soprattutto, gli Infetti ricordano molto da vicino 28 Giorni dopo (Danny Boyle, 2002) e 28 Settimane dopo (Juan Carlos  Fresnadillo, 2007). Con un’accentuazione finale della componente religiosa che fa l’effetto di una “giustificazione” non richiesta, quasi propagandistica.

Franco Pecori

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11 gennaio 2008