La complessità del senso
21 09 2017

Quel che sapeva Maisie

film_quelchesapevamaisieWhat Maisie Knew
Regia Scott McGehee, David Siegel, 2012
Sceneggiatura Nancy Doyne, Carroll Cartwright
Attori Julianne Moore, Steve Coogan, Alexander Skarsgård, Onata Aprile, Joanna Vanderham.

Testa sgombra dal genere “film da dibattito” sarà il modo migliore per fruire di un’opera come questa, girata in tandem dal californiano Scott McGehee e dal newyorkese David Siegel, già in parte apprezzati per I segreti del lago (2001) e Parole d’amore (2005). I motivi dell’avvertenza sono almeno due. Il tema delle sofferenze dei figli, specie se piccoli, in situazioni come la separazione dei genitori non costituirebbe di per sé una condizione di chissà quali sconvolgimenti emozionali nello spettatore; e comunque, la base di partenza del contenuto, letteraria, propone il riferimento a un autore sufficientemente “determinato” nella sua epoca (Henry James, 1843-1916), da non mettere in dubbio una chiave di lettura come quella, ormai del tutto consolidata anche dall’usualità, per cui in certi casi “a rimetterci sono purtroppo sempre i figli, signora mia”. L’interesse del film, invece, sta – guarda un po’ – nel film stesso. E qui entra in gioco, soprattutto, la maturità stilistica, francamente un po’ sorprendente, raggiunta dai due registi dopo le prime prove. Secondo punto, la composizione del cast, non certo da sottovalutare. La causa di divorzio riguarda due genitori come Susanna e Beale, una cantante rock piuttosto attempata ma ancora in piena forma e trasognante nei suoi “tour” in pullman attrezzato (ah Woodstock, non finisce mai!) e un mercante d’arte tutto preso dall’insipienza estetica della “vendita” e dal richiamo affaristico che lo chiama in giro per il mondo: Julianne Moore e Steve Coogan. Beale è preda dell’ovvietà e finisce per sposare Margo, la giovane tata (Joanna Vanderham) di Maisie, piccola vittima predestinata nel giro di giostra socio-psico-antropologica progressivamente configurantesi. Susanna reagisce con un’adeguata dimostrazione di “carattere” (di cui non importerebbe nulla ad alcuno se non fosse per la presenza/destino della bambina), accoppiandosi con il barista Lincoln (Alexander Skarsgård), un ragazzone buono, più giovane di lei e anche di Beale. Fin qui saremmo nella “stupidità” del risaputo. E però ci sono gli interpreti, perfetti nella loro parte, consci e insieme spontanei, a mantenere vivo il set, a mettere a rischio – come dire – la propria esistenza di attori/persone. Così, il film si “vien facendo”, la situazione va maturandosi di inquadratura in inquadratura, in un equilibrio che ha del miracoloso, tra visione oggettiva e quasi-documentaria e sguardo soggettivo della regia che tende – attenzione: senza mai darlo a vedere – a privilegiare il punto di vista della bambina. Ecco: Onata Aprile è una Maisie davvero inimmaginabile sul piano dell’ovvietà realistica e davvero determinante nella costruzione “spontanea” del senso. E’ una sorta di duttilità per nulla fastidiosa perché nasce e si mantiene sviluppandosi in una prospettiva di verosimiglianza interna, non referenziale. La regia fa in modo che i tagli e le giunture delle sequenze siano frutto – come dire – della propria radice, ne con-segue che lo spettatore può seguire lo sviluppo della vicenda non tanto con gli occhi stessi di Maisie bensì in compagnia della bambina, letteralmente vivendo con lei. La coscienza di Maisie e la coscienza del film/cinema coincidono. La bravura della piccola attrice è strabiliante. E dopo il finale non certo sorprendente, ogni dibattito sul tema sarà riduttivo. 

Franco Pecori

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26 giugno 2014